Il Marinaio, di Pessoa. Ci sono tre Vegliatrici, nella stanza d’un castello. Al centro la bara con una ragazza dal vestito bianco.
Una delle Vegliatrici racconta il suo sogno: il sogno d’un Marinaio che si perde in un’isola lontana e, non potendo tornare in patria, si costruisce nella memoria un’altra patria -la patria ideale, forse. Ma smarrisce la sua patria vera, non gli resta un solo ricordo. Che ne è di lui? Non si sa. Ma la seconda Vegliatrice chiede :«Ditemi questo, ditemi una cosa ancora… Perché non potrebbe essere l’unica cosa reale in tutto questo, il marinaio, e noi tutto il resto solo un suo sogno…»
Le Vegliatrici sognano il Marinaio, che sogna la Patria possibile. O forse è il Marinaio che sta sognando la stanza con le Vegliatrici. E’ una sciarada, dice Tabucchi.
«Una volta, Chuang Chou sognò di essere una farfalla: una farfalla che volteggia liberamente e si diverte, consapevole dei propri intenti. Non sapeva di essere Chou. All’improvviso, quando si svegliò, si sentì di nuovo Chou, adattandosi alla propria forma fisica. In quel momento, non sapeva se Chou aveva sognato i essere una farfalla, o se una farfalla aveva sognato di essere Chou» (Chuang-tzu, II).
Mettiamola così: noi siamo il Sogno di Dio. La cosa migliore che possiamo fare è lasciarlo sognare. L’ateismo è la posizione di chi si lascia essere sogno, e lascia sognare Dio. Il credente interrompe il sogno, svelando il Sognatore, e mutandolo nel Sognato.
Il Marinaio
Antonio Vigilante
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