Il contadino viene con qualcosa sulle spalle
tu ti scansi e lo lasci passare
poi dici com’è strano come cammina
con tutta quella roba sulle spalle
però ci sono gli asfodeli sul bordo della strada
e questa è una cosa troppo interessante
gli afodeli, i campi di asfodeli
andare sui campi di asfodeli
leggeri andare sui campi di asfodeli
gli asfodeli, ah, gli asfodeli.
Amo la gente che lavora nelle cooperative
ha qualcosa di colorato e buono
non come gli impiegati dello stato
i membri dell’amministrazione dello stato
i professori e i giudici dello stato
con le facce come muri bianchi
e quel sentore di calce quando ti avvicini
la gente che lavora nelle cooperative invece
è gente che va sui prati d’asfodeli
quando la corda si rompe e tutto quanto
cade giù nel pozzo.
E adesso non startene zitta
come uno spaventapasseri
da piantare nell’orto del delirio
c’è ancora da camminare
la strada è lunga e sul ciglio ci sono gli asfodeli
e vedrai che parlando prenderemo colore.
Commenti
anonimo — 2003-08-26
mi è piaciuta
interseca più piani, linguaggio quotidiano e meno, fatica del lavoro e cammino, metafora e paesaggio, protesta sociale e intimismo e pacificazione, è dunque ineguale, tuttavia il suo essere ineguale non è fermo, compiuto, si muove a cercare un’unità nel variare delle immagini, in un calibrarsi continuo di rimandi e di legami
ecco allora gli asfodeli, appaiono in tutte le tre strofe e pare abbiano il compito di fare una poesia unica, eppure, nello stesso momento che portano unità, la spezzano, ché non sono - o non appaiono - come un simbolo solo né determinato
all’inizio sembrano opporsi alla fatica e all’estraneità del contadino e danno un appoggio allo sguardo di lei che si scansa al passaggio ( però ci sono gli asfodeli sul bordo della strada), fanno parte di una natura quasi idilliaca e consolatoria, ma subito dopo si vede che non è così, gli asfodeli appartengono alla parte buona, alla parte di chi fatica e che ami ( è gente che va sui prati d’asfodeli), e non è l’appartenenza alla natura vagheggiata e letteraria, irreale come le facce bianche degli impiegati, è l’appartenenza della fatica e forse di una sconfitta o della morte di una corda che si spezza ( e tutto quanto /cade giù nel pozzo) nell’ultima strofa c’è la restituzione - sospesa nel futuro - all’unità, gli asfodeli accompagnano il cammino, anch’esso lungo, anch’esso con una sua fatica, oltre il silenzio… e ‘vedrai che parlando prenderemo colore’
e l’ultima strofa è un piccolo capolavoro
renata
anonimo (Hurtaly) — 2003-08-26
Non sospettavo proprio che ci fossero tante cose lì dentro. E’ proprio vero: un grande poeta è nulla senza un grande critico. Grazie! (Sai bene che ricorro al punto esclamativo solo nelle grandi occasioni).
anonimo — 2003-08-27
Bellissima esegesi davvero, rivela una grande sensibilità poetica e non solo.