Hurtaly: Parli della violenza nella Bibbia. Tratti un tema che mi sta molto a cuore, e lo fai con la solita onestà. La lettura della Bibbia -l’incontro con la violenza biblica- ha influito molto, nell’adolescenza, nel far nascere in me inquietudini non ancora risolte. Ne ho parlato con molti credenti: ho chiesto loro perché, ad esempio, Mosè ordina di massacrare donne e bambini, che i comandanti del suo esercito volevano risparmiare (Numeri, 31, 13-20). Ho visto imbarazzo, acrobazie ermeneutiche, spesso arroganza.
Riconoscere che non c’è nulla di divino dove si incita al massacro dovrebbe essere l’abc della nostra vita morale e spirituale. Strano che per tanti sia così difficile.
P.: Io credo in Dio, al di là di tutte le immagini che ce ne facciamo. M posso spiegare che ce ne siamo fatti immagini impurissime, piene della nostra violenza; che abbiamo attribuito a lui la nostra violenza (il che ci viene molto utile).
Forse, questo stesso proiettare in Dio tutto ciò che siamo è un segno della nostra disperata sete di lui.
Non so se ciò sia meglio o peggio dell’odierno silenzio e oblio nostro riguardo a Dio.
So che anche le varie immagini che ne abbiamo oggi, già depurate, sono ancora molto da purificare e correggere, indefinitamente. Eppure, in tutto ciò, posso riconoscere che egli accompagna con infinita pazienza e solidarietà il cammino umano, nelle nostre fatiche, nel nostro vagabondare da nebbia a nebbia, nel nostro peccare, nella nostra incoscienza, nella nostra sete insopprimibile di bene di vero, nei nostri
più grandi dolori. Forse è semplicismo, ma penso che la nostra stessa sofferenza e scandalo per il nostro male sia segno che abbiamo in cuore, sotto tutto, dentro tutto, un seme, un criterio di bene, che possiamo chiamare come vogliamo, e possiamo chiamare anche presenza di Dio. Siamo davvero perduti quando il male, la violenza, non ci turba più. Anche questo accade.Penso anche, come ho cercato di dire, senza alcuna originalità, in altre occasioni, che un grande segno positivo di oggi è che l’idea della pace, l’etica della pace, del rispetto della vita, giudica e passa al crogiolo filosofie, culture, religioni, economie, tutto.
Hurtaly: C’è nel “Chuang-tzu” una storia che mi piace molto. Un grande re (Tan-fu, si chiamava) viene attaccato dai nemici. Gli offre beni, animali, cose preziose per allontanarli dal suo territorio, ma loro non accettano. Allora parla così al suo popolo: “Ho sentito dire che non si dovrebbe far uso dei propri mezzi di sostentamento per danneggiare coloro di cui si provvede al sostentamento.” Detto questo, se ne va. Ma il suo popolo lo segue, ed alla fine tutti insieme fondano un nuovo stato, altrove. “Si può dire che Tan-fu, il grande re, fosse capace di onorare la vita”, commenta Chuang-tzu. (“Chuang-tzu. Il vero libro di Nan-hua”, a cura di L.Arena, Mondadori, Milano 1998, p.321; il capitolo da cui è tratto l’episodio si intitola “Cedere il trono”…).
Questo manca all’Antico Testamento. Questo, credo, manca all’Occidente. Tan-fu sarebbe diventato da noi esempio di codardia. E certo oggi una cosa del genere non sarebbe proponibile, ma la concezione della politica sottostante è di fondamentale importanza.
Quanto è bella quest’espressione, “onorare la vita”. Huxley notava che alla Cina mancano le figure dell’eroe e del martire, di chi uccide o si fa uccidere. Il valore della vita umana precede ogni altra cosa.
Bisognerebbe rileggere anche un altro capitolo del “Chuang-tzu”, il ventinovesimo: “Chih il predone”. Dove il predone fa la morale a chi vorrebbe convertirlo: “Un ladro piccolo viene imprigionato, mentre uno grande diviene signore feudale.” E spiega che i veri predoni sono quelli che tengono lo stato, e gli intellettuali che li assecondano.
Questo manca nel Nuovo Testamento. Questo manca all’Occidente. In Paolo invece leggo che “chi si ribella all’autorità, si contrappone a un ordine stabilito da Dio.” (Romani 13, 2). Ad essere sincero, queste parole di Paolo mi preoccupano non meno di quelle con le quali Mosé ordina di massacrare donne e bambini.
Non so se proiettare su Dio ciò che noi siamo sia segno della nostra sete di Dio. A me sembra additare, piuttosto, la nostra smodata sete di noi stessi: che fa di Dio stesso uno strumento. La fede amplifica forse quel che abbiamo dentro. Il bene diventa santità, il male diventa criminalità inaudita.
Quanto al “depurare” l’immagine di Dio, io l’ho depurata fino a farla svanire. Paradossalmente, l’ateo potrebbe realizzare quella vera povertà di spirito, di cui parla Eckhart in un sermone grandioso. “Quando io sgorgai da Dio, -dice- allora tutte le cose dissero: Dio è. Ma ciò non può rendermi beato, perché in questo mi riconosco come creatura.” (“Beati pauperes spiritu…”, in “Sermoni tedeschi”, Adelphi, Milano 1997, p.137) E per questo, dice, “preghiamo Dio di diventare liberi da Dio” (ivi, p.133). Ci rendiamo così nudi e poveri da non desiderare nemmeno di fare la volontà di Dio (chi vuole raggiungere il nirvana non raggiunge il nirvana, dice il Buddha).
Il che vuol dire, se non interpreto male, che Dio esiste fin quando esiste l’io; che è l’io, in un certo senso, che tirà giù Dio ad essere Dio: e che c’è un Dio prima di Dio, vero Dio, che non è nominabile dall’io. Dire “io credo in Dio”, da questo punto di vista, è in qualche modo una affermazione di ateismo, poiché si afferma di Dio quel che è compatibile con l’Io. Ma oltre l’Io non c’è linguaggio.
Nel “Chuang-tzu” Conoscenza apprende il Tao da Senza Significato e Balbuziente Pazzo (è tipico di Chuang-tzu l’uso di nomi bizzarri). Alla sua domanda sull’essenza del Tao il primo non risponde, il secondo cerca di farlo, ma è bloccato dalla balbuzie. “Colui che sa non parla, colui che parla non sa.” (ivi, p. 235).
Jonas diceva che il nostro parlare di Dio dopo Auschwitz è inevitabilmente un balbettìo. A me sembra - ma devo pensarci ancora bene- che delineare il volto di Dio, parlare di Dio, parlarne senza balbettare voglio dire, sia una delle forme della violenza occidentale.
P.: Io non posso né ho bisogno di saltar fuori dalla strada, o famiglia spirituale, in cui sono cresciuto e vissuto, pur guardandone altre con interesse, simpatia e beneficio.
Mi pare che tu abbia tanta ragione nel vedere sull’Occidente il peso dell’eroe, dell’uccidere e del farsi uccidere. Vedo anche (nell’Occidente ?) degli antidoti forti: almeno Gesù e Francesco sono il volto opposto. Gesù non solo vuole che nessuno uccida, ma nemmeno si fa uccidere. Si difende con la parola disarmata, che infatti lo dimostra innocente per sempre. Non è un eroe, ma un uomo. Alla fine, accetta la croce perché non ci sia più alcuna croce, perché la violenza che dà morte sia smentita, dimostrando ciò che è, quindi vincendola in radice.
L’Oriente mi affascina, mi manda insegnamenti, ma io non sono nato là e nemmeno emigrato. Qui, tutto sommato, ho trovato casa e nutrimento per lo spirito, casa sempre da riparare e nutrimento sempre da procurare e cucinare.
Quelle parole di Paolo mi sembrano tra le più contingenti del suo insegnamento, quasi come quelle sul velo in testa e il silenzio delle donne. Il nucleo di ciò che insegna è ben altro, è la grazia al di là della legge, e la memoria imperdibile e vivificante di Cristo.
Nel Vangelo come negli Atti c’è subito l’obiezione di coscienza, detta con le stesse parole di Socrate, come sai. Ma c’è anche tra le levatrici ebree sotto il faraone, per cui nasce Mosè, e c’è tra i profeti (da quelli antichi a quelli di oggi) che dicono le parole più scomode, e sono l’esatto contrario dell’intellettuale funzionario.
Gesù, sui re e governanti, dice cose tali che, come prima regola ai suoi, dà questa: “Tra voi non sia così”, anche se riconosce a Cesare la gestione del denaro.
Certo, ci sono nella Bibbia quelle terribili violenze. Non mi bastano per gettare la Bibbia, il cui valore non è lì. Ma mi impongono di ripensarla. Ti sembrerà apologia. Cerco di dire ciò che sento.
Parlare di Dio… Veramente, parlarne senza balbettare è stupidità e bestemmia, è violenza. Ma credi che il credente sincero non lo sappia? “Mistero” da “muein”. Giobbe alla fine della contesa con Dio si tappa la bocca. Giacobbe ne esce slogato. E credi che chi ne è stato toccato una volta possa dimenticarlo o dissolverlo? e che non cessi di lottare con lui, mentre lo ad-ora, lo ascolta a bocca aperta?
Anche l’ateo sincero ha ragione, e inoltre aiuta chi cerca di credere (“Io credo, Signore, ma guarisci la mia incredulità”), perché il suo non trovare proclama la imprendibilità di Dio.
Comunque, una volta Bobbio scrisse che la differenza che conta non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa, e fu contento quando gli dissi che il card. Martini aveva citato facendolo proprio questo suo pensiero.
Immagino che qui pensare non sia nel senso intellettuale, còlto, ma di avere un spirito vivo, in cammino, che chiede e ascolta (è questa la sostanza del pregare, anche in chi guarda in silenzio il cielo silenzioso). Dio scritto sui cinturoni o sui dollari è orgoglio, possesso, fino a farne una verità armata, un’arma, come è avvenuto spesso. Chi ritiene di avere udito, come Elia, la “voce di silenzio sottile” (forse la pagina più mite dell’antico testamento, fondamento della teologia nonviolenta, dopo una delle pagine più feroci), pensa Dio con umiltà, come verità che disarma, che rende miti ed umili, verso di lui ma soprattutto verso il nostro prossimo. Comprendere qualcosa di Dio forse è anzitutto (o soltanto?) capire che noi non siamo Dio.
I poveri di Jahvè, che ci sono anche oggi nelle chiese, e in tutte le religioni, e probabilmente sono la maggioranza nascosta dei credenti, credo che pensino così Dio, così gli parlino, anche se, nei catechismi, ne trovano definizioni scheletriche, in se stesse misere e arroganti.
La verità, la luce, non sta in una scatola. Ognuno ne riceve qualche raggio. Una luce “illumina ogni uomo”.
Hurtaly: Mi sembra molto saggio lavorare a trarre dalla propria tradizione spirituale il meglio: riparare la propria casa. Può anche essere, però, che si senta più vicina alla propria sensibilità una tradizione lontana. In fondo le grandi idee religiose, nel loro nucleo, possono essere vissute ovunque. Il cristianesimo è nato in Palestina, e lì forse doveva esaurirsi (“…non terminerete le città d’Israele prima che venga il Figlio dell’uomo”, Marco, 10, 23). Ad ogni modo, ha dato e dà i suoi frutti migliori in terre assai lontane, incontrandosi con tradizioni diverse. Il buddhismo è nato in India, ma ha raggiunto forme di grande raffinatezza in Giappone, dopo essersi modificato al contatto con il pragmatismo cinese.
A volte mi sembra, anzi, che sia più facile vivere profondamente il cuore di una tradizione religiosa lontano dal suo luogo d’origine. L’indiano che si converte al cristianesimo lo fa leggendo i Vangeli, cosa che molti cristiani non fanno mai. Va al cuore -al Discorso della Montagna-, quel cuore per giungere al quale noi dobbiamo togliere tante incrostazioni. Così l’occidentale che s’interessa del buddhismo lo fa leggendo il canone, senza perdere tempo con tante pratiche spesso superstiziose. O comunque relativizzandole.
Naturalmente il buddhismo italiano è diverso da quello indiano, tibetano, vietnamita o giapponese. Questo non è un problema per il buddhismo - non esiste una dottrina buddhista, insegna il Sutra del diamante. Credere che esista un buddhismo significa non essere buddhisti, poiché ogni dottrina è una formazione mentale, e le formazioni mentali sono sempre illusorie. La dottrina è una semplice zattera, per raggiungere l’altra sponda. Il problema sussiste, forse, per il cristianesimo. Non so se è pensabile un cristianesimo africano diverso da quello sudamericano o asiatico.
Nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” Rilke parla di due ragazzini che comprano insieme due coltellini identici, e a distanza di qualche giorno se li mostrano, e notano che sono diventati due coltellini assolutamente diversi, logorati dlal’uso. “E dunque: è possibile credere di poter avere un Dio senza logorarlo?” (Mondadori, Milano 1988, p.51). Si parla di Dio, tra credenti. Ma ognuno ha il suo Dio, ognuno lo logora a suo modo. Ognuno ha, forse, il suo personale cristianesimo o cattolicesimo.
La lettura che fai della vicenda del Cristo mi fa pensare a Girard. Io devo ammettere di non essere mai riuscito a penetrare la logica della Croce. Occorre realmente la fede, penso. Il massimo che posso fare è apprezzare lo stile umano di Gesù, il suo “fare aperto”, per dirla con Capitini. E come Capitini, mi chiedo come tale apertura possa conciliarsi poi con la durezza e la chiusura del giudizio.
Ti confesso che la figura del Cristo mi risulterebbe più comprensibile ed accettabile se, invece di morire su una croce, fosse morto di vecchiaia. Avrebbe vissuto fino in fondo la realtà nostra, avrebbe sofferto la malattia, la vecchiaia, la debolezza, avrebbe assunto pienamente la condizione umana. L’esser lui morto sulla croce mi sembra aggravare il peccato iniziale. Se Gesù è morto sulla croce per una crudeltà umana non prevista nè voluta dal piano di Dio, allora alla colpa iniziale se ne aggiunge una nuova, terribile. Ma la croce, si dirà, è parte del piano di Dio. Allora c’è una grave contraddizione: Dio consente all’uomo di peccare, in origine, per salvaguardarne la libertà; quindi, per salvarlo, costringe lo stesso uomo ad uccidere, senza possibilità di scelta alternativa, il Figlio. La libertà di Adam non è concessa a Pilato, né a Giuda. Se Pilato avesse scelto liberamente, il piano di Dio sarebbe fallito.
Anche questo è un balbettio: pensieri a voce alta.
Gettare la Bibbia sarebbe un atto criminale. C’è tutta la vita umana, in quei libri. Il dolore (Giobbe), l’amore (Cantico dei Cantici), il dubbio (Qohelet), la speranza (Profeti): ed anche la violenza. Bisogna solo essere consapevoli dei suoi limiti. Ed evitare acrobazie per giustificare ciò che non è giustificabile. Giustificare un atto di violenza passato è sempre un fatto gravissimo. Si mettono in moto ragionamenti che, applicati al presente, possono avere conseguenze devastanti.
Non credere che anche l’ateismo non sia una lotta con Dio. Mi sto chiedendo da tempo dove sia la vera differenza tra un ateo ed un credente. Penso a due tipi di fede, una fede arrogante ed una fede interrogante, e penso che l’ateismo non è tanto lontano dalla seconda forma. Almeno l’ateismo interrogante; poiché esiste anche un ateismo arrogante.
P.: L’inculturazione (che è incarnazione) produce, come ha prodotto nella storia, diverse forme di cristianesimo, nei valori e nei limiti. Vale l’esempio di Rilke che fai. Il male dell’autoritarismo gerarchico è il livellamento rigido, degenerazione della giusta custodia dell’essenza del messaggio originario.
E’ bella l’immagine di Rilke. E’ così. In fondo, è ciò che avviene di ogni nostro “prossimo” (lo dice Sartre, mi pare: lo cosifichiamo). Ci facciamo un’idea di lui, ma lui è sempre altro, più vivo, e sfuggente alla nostra idea. Così avviene tra la nostra religione (che lo sappia o no) e Dio.
Chi mai ha penetrato la logica della croce? Scandalo per gli ebrei e follia per i greci. Balbettiamo davvero, tanto con la vecchia (orribile) dottrina del sacrificio “satisfatorio” (o qualcosa del genere) dell’ira del Padre, quanto con la (tanto più seria e bella) teoria di Girard: la forza dell’innocenza “paziente” libera in germe (per tutti, nella comunione che c’è tra tutti noi) il cuore e la vita dalla violenza che si pretende giustizia.
Ma ripugna pensare che fosse necessario a Dio “costringere” qualcuno ad uccidere Gesù, per riconciliarsi col mondo. No! Pilato e Giuda hanno agito come noi, come tutti, nella libertà e nella miseria. E’ andata così. Gesù morto di vecchiaia io penso che sarebbe stato sempre Gesù, ma, dato che l’hanno ammazzato, innocente condannato, si è messo nella più umiliata e schiacciata delle condizioni umane. Dal fondo dell’esistenza (“discese agli inferi”) ha stabilito la sua totale solidarietà con tutta la nostra sorte, fino alle vittime delle più ingiustificabili violenze, e da quella posizione di massima forza, perché massimo dono di sé, vera leva che solleva il mondo, ha potuto intercedere anche per i suoi carnefici, e per tutti i carnefici. Prevedendola ormai inevitabile, capisco che abbia accettato questa sorte, per farci questa compagnia suprema.
Maurice Bellet ha dato una definizione del Cristo: un “uomo che non si è fatto complice della crudeltà anche quando si trovava nell’abisso della crudeltà” (in “Il cristianesimo sta morendo?”, ed. L’altrapagina, Città di Castello, 2001).
Complice è la vittima che continua ad invidiare il carnefice. Quanto alla durezza dei giudizi di Gesù, è vero, fanno problema. Ma quanto è racconto degli evangelisti, come sapevano e potevano, nel loro linguaggio, e quanto è “ipsissima verba”? O forse Gesù stesso ha parlato nel linguaggio a cui tutto sommato apparteneva. Ma come ha agito? A quanto ne sappiamo non ha condannato nessuno, se non gli ipocriti in quanto ipocriti, non in quanto malati (e forse Giuda? dice di lui una cosa tremenda, forse un proverbio, ma ha accettato il suo bacio con pena per lui).
Ma ha detto pure, riguardo alla riccheza (cioè ad ogni forma di arrogante autosufficienza) che è possibile a Dio quel che non è possibile – il salvarsi - agli uomini. E dice di essere venuto a salvare non a condannare; per i malati, non per i sani; e che Dio vuole l’amore, non il sacrificio (da Osea 6).
Conta ciò che siamo, non ciò che diciamo di essere. La fede non è il “cosa” si crede (fides quae), ma il fatto di fidarsi, affidarsi, appoggiarsi (fides qua), che è il significato del termine ebraico che dice il nostro “fede”. Qualcosa di simile a fiducia, amicizia, confidenza. Anche lotta! Tutto ciò che stabilisce il rapporto, anche nel buio, l’apertura (appunto), il contatto per cui passa ogni unità, ogni bene, senza nulla perdere di ciò che siamo di vero. Nella mia fede, ritengo che per arrivare alla sua “gloria” (vita definitiva, per sé e per il mondo) Gesù ha dovuto vivere l’abbandono del Padre, ha dovuto cedere tutto, anche la sua fede. La suprema povertà, privazione anche della consolazione religiosa, è forse il passaggio per la vita nuova, il crogiolo, la stretta per cui nasciamo. Morte e risurrezione. Perdere il dio che avevamo per trovare Dio. Ancora balbettamenti.
Del resto, dice ancora Gesù che saremo giudicati solo sulla carità, non sulla fede (Matteo 25, indimenticabile). E i più sbalorditi saranno i più “religiosi”.
Commenti
anonimo — 2003-09-02
Nella Bibbia c’è tutto di divino e di umano, anche la terribile violenza. Il balbettio di P. rischia di rendere il divino inconsistente, privo di connotazione, come una idea astratta, quasi vanificando la croce di Cristo nelle supposizioni ed ipotesi del se fosse. Cristo si incontra come persona. Come? Ognuno a suo modo sulla propria strada. Cristo come incontro storico, e la croce è anche un fatto nella storia. Così come è stato. In questa storia non si è lasciati soli nel proprio arbitrio assoluto, esistendo una tradizione trasmessa dagli esseri umani. Non si è lasciati senza parole, anche se il linguaggio è uno dei problemi del nostro tempo. Certo, fra i mistici, c’è chi ammutoliva davanti al divino, e chi, come Santa Caterina da Siena, pur non sapendo leggere nè scrivere, piuttosto che stare zitta, dettava ad uno scrivano. Aver fede è il coraggio di parlare con voce ferma, perchè l’annuncio di salvezza presente e futura sia ben udibile, chiaro a chi ascolta. La libertà umana può dire no oppure si davanti al fatto storico di Cristo.