Ieri era il mio compleanno. Ut fieri adsolet, ho pensato per tutto il giorno alla morte. Alla mia morte. Non a quella futura: a tutte le volte che sono morto. Perché, è chiaro, ille ego che ero a vent’anni non esiste più. È morto. Ma quando? Quando moriamo esattamente?
In alcuni casi accadono degli eventi che ci uccidono e ci danno nuova forma. La morte di un bambino uccise me e, insieme, Dio. Il suicidio di G., anche, ha ucciso il mio-me ventenne, gettandomi sulla riva di una terra sconosciuta. E poi la fine della relazione con M. L’ultima volta credo di essere morto silenziosamente, un po’ alla volta: per scivolamento.
Vedo tutte queste mie vite precedenti con non poco imbarazzo. Così vicine - sono io! - e così lontane. E tutte, tutte quelle incarnazioni hanno in comune una cosa: sono prese in qualche groviglio. La povertà, la richiesta di riconoscimento, il bisogno di essere amato, le trappole relazionali e quelle istituzionali. Vedo vite impigliate, avvolte da mille fili da cui non sono riuscite a svincolarsi.
E ora?