Nella mia vita di ventenne c’è un pomeriggio in non so quale periferia, alle ricerca dell’appartamento del ragionier M. Mi ci aveva mandato l’editore. Aveva tra le mani un manoscritto che non prometteva nulla sul piano letterario ma qualcosa sul piano economico; ma aveva un nome da difendere: sicché bisognava che qualcuno ci mettesse un po’ le mani, o in naso, o la testa - scegliesse pure lui quello che preferiva - per dargli una forma tale da renderlo almeno spedibile al premio letterario “Libri dell’anima” di Campanile di Sotto.
Lo lessi, il manoscritto. Con sconcerto crescente. Pagina dopo pagina aumentava lo squallore. A ripensarci, quel libro doveva averlo pure, un certo valore: perché diceva con violenza il nulla in cui può precipitare una vita. Lo diceva con assoluta imperizia letteraria, ma restava addosso un malessere viscoso, con una sensazione realmente fisica. E lo scopo della letteratura non è forse prendere qualcuno per mano e portarlo in un’altra vita, bella o brutta che sia, fino a far sentire il dolore di ogni cicatrice?
Terminava, il romanzo, con il suicidio del protagonista. Che evidetemente l’aveva poi scritto dal mondo dei più: dal momento che era scritto in prima persona.
Riuscii dunque a trovare il suo appartamento. Il ragionier M. non se la passava poi male. Abitava un appartamento da classe media, forse perfino piccolo borghese. Vuoto. Non c’era la moglie. Era andata via dopo aver scoperto che l’aveva tradita con la donna delle pulizie - tradimento accuratamente raccontato nel manoscritto. In un angolo una chitarra. Poi solo il freddo del pavimento di marmo e dei mobili anni Settanta.
E lui, il ragionier M. Alto, scavato nel viso e ancor più nelle parole. Non aveva alcuna parvenza di vita. Non era vivo, no. E no, non era morto. Abitava in un limbo. Aveva, credo, più speranza di morire che di tornare in qualche modo alla vita. Ma non sapeva come muoversi in una direzione o nell’altra. Capii perché era importante per lui pubblicare quel libro. Era un modo per muoversi, per cominciare a muoversi, verso l’altra direzione.
Mi rivedo scendere le scale di casa sua. Fuori fuori fuori fuori, penso. Devo andare fuori. Subito. Ma fuori non era più fuori. Era un altro spazio chiuso e bisognava cercare altre scale, correre verso un altro fuori. E così via, in un feroce gioco di scatole cinesi.
Non ho mai smesso, penso, di correre verso il fuori. Dopo aver visto il ragionier M. Perché il ragionier M., ecco, ero io.