C’è qualcosa che sfugge nel dibattito sulla scuola - che a tratti assume i toni di una rissa tra maschi alfa - quando si accusa di neoliberismo qualunque didattica innovativa. Il neoliberismo ha un tratto caratteristico abbastanza preciso: chiede di dare il massimo anche in assenza di una motivazione intrinseca, solo per ottenere successo. È la logica dell’hustle, del performare indipendentemente dal senso di ciò che si fa. Ed è una logica che appartiene pienamente alla scuola tradizionale.
Sappiamo - spero che nessuno lo metterà in discussione - che non c’è apprendimento senza interesse; o meglio: che non c’è apprendimento reale senza interesse. Questo non vuol dire che poi l’apprendimento sia facile o perfino divertente. Al contrario: può essere faticoso, difficile, prevedere momenti di tedio assoluto: ed è l’interesse che consente di affrontare le difficoltà che di volta in volta si presentano. Sappiamo anche che spesso le difficoltà prevalgono. Abbiamo interesse per la lingua cinese. Siamo motivati. Cominciamo a studiarla, ci piace. Ma dopo un po’ ci rendiamo conto che è troppo difficile. Non lo è, in realtà. Nulla è mai oggettivamente troppo difficile. Ma lo è in base al nostro interesse. Detto altrimenti: non abbiamo un interesse e una motivazione tali da superare le difficoltà. È una cosa che accade spesso e per la quale nessun adulto si sente mai in colpa, riconoscendo a sé stesso il diritto di avere alcuni interessi e non altri, e di abbandonare un percorso di studi quando non risulta più gratificante.
Ora, a scuola si studiano più di dieci discipline. Non è assolutamente realistico che qualcuno abbia interesse per dieci discipline e per tutti gli argomenti trattati in ognuna di esse. Non succede nemmeno a un adulto colto, tranne rarissime eccezioni. E dunque bisogna tener fermo questo punto: la scuola rivolge alle studentesse una richiesta illegittima. Chiede ciò che non è lecito chiedere. Se lo scopo della scuola è l’apprendimento reale, allora occorre riconoscere che sta chiedendo l’impossibile. Nessuno può avere interesse per tutti quei temi e dunque apprendere realmente in campi disciplinari così diversi.
E tuttavia gli studenti studiano, si dirà. Prendono buoni voti. Apprendono.
Studiano senz’altro. Prendono buoni voti. Apprendono? Sì, quando il tema incontra un interesse reale. Quando non c’è un interesse reale, cosa che presumibilmente accade molto spesso, la studentessa ha una sola motivazione: il voto. Dietro la quale possono esserci molte cose, dalla pressione dei genitori al desiderio di non fare brutta figura con i professori (succede). Si tratta però di una motivazione che non ha nulla a che fare con l’apprendimento, che diventa un semplice mezzo. Si finge di apprendere per ottenere un voto. E ottenuto il voto, si cancella tutto.
Vediamo che c’entra questo con il neoliberismo. Che sta facendo, in realtà, una studentessa che simula l’apprendimento per ottenere un voto? Lo sa bene che non c’è alcuna reale crescita, che così non impara davvero granché. Sa bene che è una farsa. Ma ha imparato da tempo a dissociare lo sforzo dal significato, performare al massimo indipendentemente da qualsiasi senso intrinseco di ciò che si fa, perché il sistema premia il risultato. Bisogna adattarsi e dare all’istituzione quello che l’istituzione chiede. Anche se appare insensato. Se la scuola chiedesse di mangiare panini, la studentessa mangerebbe panini. Poi vomiterebbe tutto appena fatta l’interrogazione. Non cambierebbe molto. A scuola la nostra studentessa impara ad adattarsi a un sistema senza farsi troppe domande, facendo ciò che viene richiesto, inseguendo più di ogni altra cosa la gratificazione che viene non dalla chiara consapevolezza di ciò che vogliamo davvero - cosa voglio davvero studiare? quali cose ho bisogno davvero di conoscere ora per crescere? - ma dal premio dato dal sistema a chi si adegua alle sue regole. Le discipline diventano un solo pretesto. Il vero tema della scuola è un altro: imparare ad adattarsi alle richieste sociali, senza avanzare alcuna pretesa di autenticità. Comprendere che l’affermazione personale è legata a questo adattamento, e che dunque sono inevitabili l’ansia, lo stress, la paura di non farcela. Perché siamo in un sistema in cui bisogna dare il massimo, senza farsi troppe domande.
Non riesco a figurarmi un addestramento migliore per entrare (in)felicemente nell’arena del mondo neoliberale.