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La concezione sacerdotale dell'insegnamento

Mi ero ripromesso di tornare sulle reazioni a Senza cattedra. C’è, tra tanti commenti indignati, un esercizio di indignazione che merita un discorso a parte, se non altro perché l’autore ha scritto quasi venti righe. Lo lascerò anonimo – chi vuole può leggere la discussione sulla pagina Facebook de “La ricerca”, che è pubblica – riportando però per intero il suo commento. Eccolo:

Dove andremo a finire di questo passo? A occhio e croce saranno circa cinquemila anni che esistono le scuole. A occhio e croce l’impostazione di base non è mai cambiata: una cattedra, dei banchi (in piano, ad anfiteatro), una lavagna. Dai Babilonesi ad oggi. Nell’ultimo decennio si diffonde questa moda di dover cambiare, di dover innovare, di dover stravolgere. Attenzione, nel corso dei secoli c’è sempre stata questa moda, che ciclicamente si ripresenta. Domandona: ma se per tutto questo tempo il modello scolastico è stato così, nonostante certi movimenti rivoluzionari, è plausibile pensare che è un modello che funziona? E’ plausibile pensare che tutte le proposte di cambiamenti, più o meno radicali, non hanno portato a nulla e a nulla porteranno? L’immagine degli studenti “costretti” a stare a scuola, come fosse una punizione corporale e psicologica, è pericolosa, dannosa, intellettualmente scorretta. Lo studente che è un adolescente deve crescere, maturare, per poi decidere (con coscienza) della sua vita. Se lo lasci allo sbando, facendo ciò che vuole, ovvio che è contento! Abbiamo scoperto l’acqua calda! L’educazione e lo studio sono principi che costano fatica, ma che daranno i loro frutti dopo. E questo è un discorso dell’ovvio, che a quanto pare tanto ovvio non è più, per genitori, per docenti, per dirigenti: cambiare, rinnovare, rivoluzionare… Tutte belle parole per le quali la scuola si è trasformata in un progettificio-diplomificio, con i livelli di preparazione sempre più bassi, con l’ignoranza che ci circonda. Dove andremo a finire di questo passo?

Per scrivere Senza cattedra ho studiato un bel po’ di storia della scuola, come sa chi lo ha letto ed ha affrontato la parte centrale di riflessione storica, inevitabilmente un po’ noiosa ma evidentemente necessaria. E sono partito proprio dalla Mesopotamia e dall’Egitto. Per l’Egitto mi sono servito della bella raccolta di Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto1, che ha una ampia sezione dedicata alla cultura scolastica, e di una raccolta più specialistica di testi scolastici ed educativi, Altaegyptische Erziehung di Hellmut Brunner2. Per la Mesopotamia invece mi è stata utile la Storia mondiale dell’educazione diretta da Gastone Mialaret e Jean Vial. Nel primo dei quattro volumi dell’opera c’è un saggio di Christopher Lucas sull’istruzione in Mesopotamia che forse non piacerebbe al mio critico. “La vita scolastica doveva essere triste e perfino terrificante”3, scrive Lucas, anche perché tra un rimprovero e l’altro arrivava qualche frustata. Ma soprattutto allora, come ora, gli insegnanti da un lato cercavano di motivare gli studenti, magnificando i vantaggi di possedere il mestiere di scriba, dall’altro erano disperati per l’indisciplina, la svogliatezza, lo scarso impegno degli studenti-apprendisti. Un insegnante rimprovera un allievo che non è nemmeno in grado di scrivere il suo nome: “Tu dovresti darti uno schiaffo!”4. In un testo sumerico, La disputa tra Enkimarski e Ginishag, “si parla dei maestri che tentano invano di mettere un freno agli studenti che si urtano vicendevolmemte, gridano e si percuotono l’un l’altro”5.

Insomma, la risposta alla domandona è che le lagne per i “livelli di preparazione sempre più bassi” risalgono almeno ai Sumeri, cioè prima ancora dei Babilonesi. E che già allora la scuola funzionava male. Si può parlare di una sorta di maledizione mesopotamica che pesa sulla scuola e porta ad associarla alla fatica e alla sofferenza. Ma in Mesopotamia si trattava di apprendere un lavoro faticoso, manuale, quale era allora la scrittura, ed era comprensibile che vi fosse un certo livello di fatica fisica; meno comprensibile doveva apparire già allora, temo, aggiungere a questa fatica anche la crudeltà e la ferocia della correzione pseudo-educativa.

Non è infrequente imbattersi in qualcuno che esalti le capacità costruttive degli antichi Romani contro l’incapacità dei costruttori di oggi. Mi sembra difficile, tuttavia, che qualcuno pretenda che oggi si costruiscano strade, ponti e palazzi con le stesse tecniche degli antichi Romani; e non c’è alcun dubbio che sarebbe sbeffeggiato se lo facesse in un gruppo di ingegneri. Come può essere che un insegnante scriva una cosa simile in una pagina dedicata alla scuola e all’educazione senza che ciò susciti uno solo dei commenti indignati riservati al mio libro?

Ipotizzare che una simile analisi sia condivisa vuol dire pensare troppo male degli insegnanti. Mi sembra che vi sia dietro, invece, qualcos’altro. L’unico ambito in cui è possibile invocare la tradizione in modo così esteso nel tempo è quello religioso. Solo un sacerdote può ritenersi in diritto di compiere le stesse azioni – le stesse liturgie – che compivano i sacerdoti secoli fa. A dire il vero non proprio le stesse, perché perfino la pratica sacerdotale ha dovuto adeguarsi ai cambiamenti, tanto da rendere necessario il Concilio Vaticano II. Chi pensa che la scuola debba farsi oggi come si faceva migliaia di anni fa invoca una continuità che è solo nella sua fantasia, ma al tempo stesso si rifugia in una visione rassicurante: quella della Scuola-Chiesa, incardinata nella Storia pur avendo una essenza astorica, ideale, iperuranica; e quella dell’insegnamento come, appunto, liturgia – una ripetizione delle stesse azioni e dei medesimi rituali, sovranamente indifferente ai cambiamenti storici, alle pressioni dell’ambiente, alle esigenze, ai bisogni e ai desideri degli studenti.

Si tratta di una visione che conduce alla stessa compiaciuta autoreferenzialità di un prete che ancora oggi celebrasse la messa in latino, perché la salvezza è nella fedeltà alla Tradizione. La retorica della salvezza appartiene in effetti al linguaggio scolastico: salvato è lo studente cui si sia evitata in qualche modo la bocciatura. Ma: come salva la scuola? Se lo chiedete a un insegnante, vi dirà quasi certamente che forma al pensiero critico. Ma il pensiero critico è, esattamente, pensiero storico. Vuol dire analizzare la realtà umana nella sua complessità, individuare i molteplici fattori che hanno dato origine a un dato fenomeno, considerare l’influenza, ad esempio, dell’economia sulla religione o sulla filosofia e comprendere, infine, che le cose sorgono solo in certe condizioni. E questo vale naturalmente anche per la scuola, che sorge in età moderna, in una società profondamente diversa dalla nostra, rispondendo ad esigenze e perseguendo scopi (anche religiosi) che hanno poco a che fare con le nostre esigenze e i nostri scopi. Un’istituzione, ad esempio, che è nata quando la società non era democratica e dunque non poteva porsi il problema di come formare cittadini, e non sudditi, e per la quale fondamentali erano piuttosto la salvezza dell’anima e la difesa di un ordine sociale centrato sulla religione. In questo contesto l’insegnante può in effetti affiancarsi al sacerdote – addirittura al re-sacerdote. Nel mio libro mi soffermo un po’ sull’Orbis pictus di Comenio e in particolare sulle immagini: l’insegnante è assiso sulla cattedra in modo effettivamente regale (praeceptor sedet in cathedra), impegnato nella formazione principalmente morale, e dunque religiosa, dei sui discipuli.

Posso comprendere, con un po’ di sforzo, che una simile visione dell’insegnamento possa esercitare la seduzione che sempre viene dal potere (o meglio: dal dominio). Ma non è solo dannosa, come sempre dannoso è il dominio. È semplicemente fuori dal mondo, e il dovere di chi insegna è di essere interamente, e criticamente, nel mondo. A cominciare da quella parte di mondo che è la scuola stessa. Non è possibile alcuna formazione al pensiero critico se non abitando criticamente la stessa istituzione scolastica. Dove andremo a finire di questo passo? Sospetto non troppo lontano dalla democrazia, la cui agonia è sotto gli occhi di tutti: e impone scelte coraggiose, anche agli insegnanti.

Footnotes

  1. Einaudi, Torino 1999 (prima edizione 1969).

  2. Otto Harrassowitz, Wiesbaden 1991. Il libro mi è servito per ragionare dell’urgenza della sinagogia fin dalle origini della scuola, nel secondo capitolo.

  3. Ch. Lucas, L’educazione degli scribi e l’istruzione in Mesopotamia, in Storia mondiale dell’educazione, diretta da Gaston Mialaret e Jean Vial, Città Nuova, Roma 1986, vol I, p. 44.

  4. Ivi, p. 42.

  5. Ivi, p. 44.


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