Come pensare Dio, dopo Auschwitz? Che dire di un Dio che ha lasciato morire milioni di persone che lo invocavano? Si può continuare a credere in un Dio simile? Il filosofo Hans Jonas affrontò la questione in una nota conferenza del 1984, in occasione del conferimento del premio Rabbi Leopold Lucas all’Università di Tubinga, pubblicata poi con il titolo Il concetto di Dio dopo Auschitz. Delle due l’una, affermava Jonas: o Dio poteva aiutare, ma non ha voluto, o Dio voleva, ma non ha potuto. O Dio è potente, ma non buono, o è buono ma impotente. Ora, per Jonas un credente non può assolutamente rinunciare a ritenere che Dio sia buono. E dunque Dio sarà buono, ma impotente.
Riprendendo il pensiero di Isaac Luria, afferma che Dio ha subito una ritrazione (tzimtzum) al momento della creazione, una sorta di sacrificio di sé che ha aperto uno spazio che ha consentito al mondo di essere.
Dopo essersi affidato totalmente al divenire del mondo, Dio non ha più nulla da dare: ora tocca all’uomo dare. E l’uomo può dare, se nei sentieri della sua vita si cura che non accada o non accada troppo sovente, e non per colpa sua, che Dio abbia a pentirsi di aver concesso il divenire del mondo.1
Qualche giorno fa Luciano Floridi ha scritto su “Avvenire” una riflessione che va nella stessa direzione di Jonas2. In modo forse non troppo felice, Floridi chiama costruzionismo l’idea che spetti a noi, oggi, il lavoro di unificazione che il passato era garantito da Dio; il dare di cui parlava Jonas. Prima di analizzare queste idea però è il caso di spendere qualche parola sulle premesse.
Jonas partiva da un’esperienza storica: il silenzio di Dio. Un’esperienza evidente, e tragica, per chiunque sia credente. Floridi parte da una premessa legata alla storia delle idee: la morte di Dio annunciata da Nietzsche. Ora, c’è da chiedersi se quella marginalizzazione di Dio che Nietzsche dava per scontato, e di cui si trattava di trarre tutte le conseguenze, sia oggi ancora vera. Dal punto di vista sociologico è azzardato affermare che le religioni appartengano al passato. Non è certo vero per ciò che una volta si chiamava Terzo mondo, ma non è vero nemmeno per i Paesi cosiddetti avanzati. Lo spettacolo attuale del mondo ci mostra un fascismo, quello russo, fondato sul cristianesimo ortodosso, e un’altra deviazione politica perfino difficile da definire – qualcosa tra il fascismo, la mafia e i più fantasiosi deliri distopici – fondata sul cristianesimo evangelico: quella di Trump. Nei due Paesi che ai tempi della Guerra fredda rappresentavano le due superpotenze mondiali la religione è saldamente al potere e minaccia i diritti individuali, la libertà di pensiero e la stessa democrazia.
Se ci limitiamo all’Europa, ciò che risulta evidente è quella condizione di crisi della visione del mondo che nel secolo scorso denunciava un filosofo che meriterebbe più attenzione come Albert Schweitzer. La visione religiosa coesiste con la visione laica e scientifica del mondo, in modo tale che manca una concezione unitaria del mondo; e la stessa visione religiosa appare attraversata da fratture, da tensioni, da lacerazioni vere e proprie. Siamo in una di quelle epoche che appaiono in attesa di una nuova grande sintesi, nelle quali prevalgono la confusione e lo smarrimento.
La giustizia
Secondo Floridi il venir meno di Dio ha conseguenze gravi in particolare in due campi. Il primo è quello della giustizia. Se Dio c’è, possiamo credere che tutte le ingiustizie cui assistiamo o che viviamo in prima persona saranno sanate. Dio, scrive Floridi, “era la corte suprema dell’universo”. Lo scandalo per la sofferena del giusto attraversa tutta la storia occidentale e la stessa Bibbia. È il grido di Giobbe, ma anche quello di Qohelet, che per i cristiani trova una risposta solo in Cristo. Ma di che risposta si tratta? Leggiamo Giobbe:
Se la gente muore per un disastro improvviso, della disgrazia dell’innocente egli se la ride. Se il governo del paese è in mano d’un malvagio, chi altro se non Dio mette i paraocchi ai giudici (Gb, 9, 23-24, trad. Bibbia interconfessionale)
E non è solo lo sfogo sblasfemo di Giobbe, ossia di un uomo provato dalla sofferenza. Perché Dio stesso afferma, intervenendo alla fine del libro, che Giobbe ha detto di lui cose giuste, a differenza dei suoi interlocutori, con i quali è adirato (42, 7). E i poveri interlocutori di Giobbe dicevano appunto che Dio è giusto.
Dio dunque appare come un essere talmente trascendente, da non poter essere trattenuto dalle nostre concezioni correnti del giusto e dell’ingiusto. E al tempo stesso è invece perfino troppo immanente. La Bibbia è piena di cose per noi inaccettabili, che sono l’evidente riflesso di una società patriarcale. Nell’Esodo, ad esempio, troviamo indicazioni su come vendere come schiava nostra figlia (21, 7 segg.). E il problema è che si tratta di norme che si trovano pochi versetti dopo i cosiddetti dieci comandamenti: si tratta, cioè, della Legge di Dio. Che dovrebbe essere perfettamente giusta, eterna, tale da trascendere i cambiamenti sociali e culturali, e invece appare anche al più ortodosso dei credenti come una norma oggi inaccettabile.
La pretesa giustizia divina è un riflesso di quella stessa violenza strutturale contro la quale Floridi la invoca; è uno strumento ideologico per cristallizzare sottomissioni, esclusioni, disumanizzazioni. Ed è, ancora oggi, uno strumento al servizio dell’odio. Gli estensori del Catechismo della Chiesa cattolica erano certi di interpretare la giustizia divina quando hanno scritto, al paragrafo 2390, che la libera unione tra un uomo e una donna non è una famiglia, ma distrugge l’idea stessa della famiglia, indebolisce il senso della fedeltà, è contraria alla legge morale ed è un peccato grave. Io, la mia compagna e mio figlio non siamo una famiglia. Offendiamo la famiglia. E siamo peccatori. Questo vuol dire che se esistesse davvero una giustizia divina – se esistesse Dio – marciremmo all’Inferno. E per fortuna Dio non esiste.
La conoscenza
L’altra questione ha a che fare con la conoscenza. La filosofia moderna, afferma Floridi, nasce con Cartesio, che divise la realtà in due: la mente e la materia. Ma come conciliarle? Con Dio. Ora che Dio viene a mancare non c’è più un ponte tra le due realtà. “E infatti – scrive Floridi – la risposta dominante della modernità è stata eliminare uno dei due poli, quasi sempre la mente, ridotta a un sottoprodotto del cervello”.
Ci sarebbe molto da dire, sul piano propriamente storico, riguardo a questa analisi. Osservando ad esempio che già Spinoza risolve il problema facendo a meno di Dio, o meglio facendo di Dio null’altro che la Natura. Ma il punto è un altro. La divisione tra piano materiale e piano spirituale viene naturalmente da molto più lontano, si può considerare un portato di quella corrente orfica cui sono legate le origini stesse della filosofia, e che è giunta a massima espressione con Platone; quella corrente per la quale la filosofia è una sorta di equivalente occidentale dello Yoga, una tecnologia del sé che ha lo scopo di liberare l’anima dal ciclo delle rinascite.
Non esiste, in sé, il problema di conciliare corpo e anima, materia e spirito, perché non esistono in sé queste realtà: compaiono all’interno di una certa visione culturale. Tolto Dio, possiamo togliere anche la materia e la mente, così come le abbiamo pensate in Occidente. Sappiamo bene, del resto, che la scienza attuale ci mostra che la materia non ha nulla di materiale, nel senso di solido. È il vuoto a prevalere. E sembra più vicino al vero il Buddhismo con l’idea dell’originazione interdipendente (paṭicca samuppāda) e, poi, con la semplice idea del Vuoto (Śūnyatā).
Dio non è morto abbastanza
Se Dio non c’è, insomma, abbiamo un po’ di problemi di cui dobbiamo farci carico noi. La giustizia, il ponte epistemologico tra mente e materia. E il tempo. Scrive Floridi:
La fede nella provvidenza permetteva di delegare il tempo lungo a un altro: Dio avrebbe avuto pazienza per noi, e ricomposto a suo modo ciò che noi non riuscivamo a ricomporre. Senza quella delega, il tempo lungo torna interamente sulle nostre spalle, e la progettualità acquista un’urgenza che prima non aveva. Non possiamo più aspettare che le cose si sistemino da sole: dobbiamo sistemarle noi, ora, sapendo che ciò che non costruiamo non sarà costruito da nessun altro.
Il problema, purtroppo, è che Dio, per così dire, non è morto abbastanza. Per secoli abbiamo creduto che la storia avrebbe avuto un suo compimento terribile e al tempo stesso liberante. Il giudizio di Dio avrebbe chiuso i conti. Vi sarebbe stata una distruzione che sarebbe stata al contempo compimento, realizzazione della giustizia. Molti continuano a crederlo, anche in Occidente. E sono persone che hanno il potere, compreso quello di distruggere il pianeta. Ma sospetto che anche gli altri, quelli che non credano, continuino ad essere condizionati da questa visione, che li porta a credere che non può finire così. Il cristianesimo ha trasformato il cosmo in una storia, con un inizio, uno sviluppo drammatico e un lieto fine. E liberarci da questa visione del mondo narrativa è per noi la cosa più difficile.
Decostruire
Quelli della mia generazione hanno ricevuto un’educazione particolarmente attenta ai diritti umani. Siamo i figli dell’elaborazione del lutto e del pentimento. Alle spalle l’orrore: la guerra mondiale, Auschwitz, l’atomica. L’educazione – la nostra educazione – doveva servire a evitare che succedesse di nuovo. Lo hanno creduto i nostri insegnanti, lo abbiamo creduto noi. Poi sono arrivate le prime guerre umanitarie e democratiche. La lotta al male nel nome di un bene parecchio sospetto. E al tempo stesso c’era qualcosa di rassicurante: il male era identificabile nell’imperialismo americano, cui bastava opporsi, resistendo alle sue menzogne. E intanto leggevamo Jonas, appunto, e Levinas e Martin Buber. Imparavamo dai pensatori ebrei a vedere il mondo da un diverso punto di vista: la relazione. Io e te. Io che cedo, non faccio violenza. Io e te che cerchiamo un modo diverso di esistere. Se l’Occidente ha messo capo alla violenza più atroce, non bisognerà ascoltare la voce di chi quella violenza l’ha subita?
Il genocidio di Gaza è per noi uno choc terribile. Ci mostra l’entità, la profondità, il carattere terribile della nostra illusione. Ci mostra che è sempre possibile che molte persone vengano eliminate, che migliaia di bambini vengano ridotti ad ammassi di carne senza più alcun connotato umano, e che tutto questo sia accettabile, possa accadere sotto gli occhi di tutti senza una vera rivolta morale. Ieri si chiedeva: dov’era Dio ad Auschwitz? Oggi ci chiediamo: dov’è Dio, a Gaza? E la risposta è: alle spalle del carnefice. Il genocidio dei palestinesi è il risultato del fondamentalismo religioso ebraico. È stato compiuto in nome di Dio. E non di un Dio inventato dai fanatici: lo stesso Dio della Bibbia. Lo stesso Dio che in passato è stato dietro altri carnefici: jene Kraft, die stets das Gute will und stets das Böse schafft.
Nessuno porterà giustizia ai palestinesi. Non vi sarà un secondo tempo per Hind Rajab. È morta, come migliaia di altri bambini, sotto gli occhi del mondo intero. L’unica cosa che possiamo fare è comprendere che la violenza si annida nella nostra visione del mondo anche e soprattutto lì dove parliamo di bene. Che ciò che è da fare è un’analisi spietata della nostra stessa violenza. Un’analisi che non potrà che partire da una messa in stato d’accusa di Dio. Abbiamo bisogno non di costruzionismo, ma di una decostruzione rigorosa. Non basta che Dio sia morto: è troppo facile uscire di scena così, come un dittatore qualsiasi. Bisogna che lo si accompagni alla porta, senza troppa gentilezza, dopo averlo processato per i suoi crimini.
Footnotes
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H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, il melangolo, Genova 2004, p. 39. ↩
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L. Floridi, Se Dio è morto dobbiamo trovare il coraggio di costruire, in Avvenire”, 18 aaprile 2024, url: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/se-dio-e-morto-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-costruire_107202 ↩