Erri De Luca non esiste

Non c’è nulla di male a essere sionisti. E non c’è alcun genocidio a Gaza. È, in estrema sintesi, quello che ha detto Erri De Luca in una intervista al quotidiano israeliano Israel Hayom, rilasciata a Roma prima della sua partecipazione all’International Writers Festival a Mishkenot Sha’ananim, a Gerusalemme. Un gesto naturalmente politico: “un atto di allineamento morale contro i venti prevalenti” (an act of moral alignment against the prevailing winds), ha scritto l’intervistatore, Omer Lachmanovitch. Si può discutere che sia controcorrente, ma soprattutto che sia morale. Ma vediamo intanto con chi sta parlando, De Luca.

Israel Hayom è un giornale fondato nel 2007 da Sheldon Adelson, magnate americano dei casinò e uno dei principali finanziatori di Donald Trump, amico personale e sostenitore di lunga data di Benjamin Netanyahu. Alla morte di Adelson, nel 2021, la pubblicazione è passata sotto la guida della moglie Miriam Adelson, che ne è tuttora editrice. Distribuito gratuitamente, il giornale è oggi il più letto in Israele. Secondo uno studio dell’Università di Chicago 1 “Il quotidiano ha esercitato una notevole influenza elettorale, a vantaggio soprattutto di Netanyahu e del suo partito Likud. Questo cambiamento ha contribuito a una svolta radicale nel predominio della destra nella politica nazionale”; un esempio da manuale, insomma, dell‘“immenso impatto che gli ultra-ricchi possono esercitare nel plasmare la politica attraverso il possesso dei media”.

Con questa gente è andato a parlare, Erri De Luca. Quello che ha detto è la conseguenza logica, etica e politica di questa scelta. E se non è il caso di commentare le atrocità che ha detto sul genocidio – considero, oggi, il negazionismo del genocidio palestinese non diverso dal negazionismo della Shoah; e non si discute con un negazionista della Shoah – non sono prive di interesse le sue parole sul sionismo:

Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei a una patria nazionale, alla difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele ad esistere qui, chiunque veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo.

Qui De Luca ha, almeno parzialmente, ragione. Per quanto non posso escludere che esista, fatico a figurarmi un ebreo che non voglia lo Stato d’Israele; e sionismo è ritenere che gli ebrei abbiano diritto a un loro Stato. Ma esistono diversi modi di concepire questo Stato, e dunque diverse forme di sionismo. Ci sono ebrei – e qui faccio meno fatica a figurarmeli: per fortuna non sono pochi – che ritengono che lo Stato d’Israele debba essere la casa comune di ebrei e palestinesi – ed ebrei che pensano lo Stato d’Israele come uno stato etnico, in cui i palestinesi non sono benvenuti; e se i primi sono per una convivenza pacifica di Israele con i territori palestinesi, i secondi ritengono invece che Israele debba estendersi “dal fiume al mare”. I secondi hanno ora dalla parte la legge: perché la Legge Fondamentale del 2018 definisce Israele come lo Stato-nazione del popolo ebraico. E non è difficile immaginare le derive di questa visione etnica dello Stato.

Quando nel dibattito si parla di sionismo, ci si riferisce correntemente a questa degenerazione del sionismo, e tuttavia non si può negare che il termine si possa usare in modo improprio. La degenerazione politica in atto da diversi anni in Israele, che ha portato il sionismo verso un nazionalismo violento, sostenuto da un fondamentalismo religioso e puntellato da una sistematica disumanizzazione del nemico, ha un nome più preciso: fascismo. Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich non sono (solo) sionisti. Sono fascisti. E non è al sionismo che Erri De Luca sta dando il suo sostegno. Sta dando il suo sostegno al fascismo israeliano.

Non è una cosa di cui mi sorprenda troppo. Non è diversa, per essenza, dalla miseria morale e politica di altri intellettuali di sinistra – e l’elenco sarebbe lungo – che giustificano l’aggressione militare della Russia all’Ucraina. Anche in questo caso abbiamo persone di sinistra che non si accorgono di dare il loro sostegno al fascismo russo.

Molti si sono invece sorpresi, e si chiedono che fare, ora, con De Luca, che cerca di correre ai ripari in modo un po’ patetico sui social network. Bisognerà gettar via i suoi libri? Negare anche di averli letti?

Io ho questo ricordo. È primavera, sono seduto sugli scogli, sul lungomare che da Manfredonia va a Siponto. Non fa troppo caldo, il cielo è sereno: e sono solo. Per quanto possa essere solo, cioè, uno che ha un libro. Ho con me Aceto, arcobaleno. E sono abbastanza felice.

È un ricordo che vorrei conservare intatto, perché non ho troppi ricordi felici, e quei pochi che ho vorrei custodirli. Dovrò cancellare quel libro da quel ricordo? No. Vediamo perché.

(Ho recuperato intanto il libro. Vedo sul frontespizio la data. È il giugno del 2008. Ho dunque sbagliato: non era primavera, ma ormai estate. Va sempre così, con i ricordi. Mai che siano precisi.)

Sono passati tantissimi anni. Quel ricordo è davvero mio? Sì e no. È dentro di me, ma riguarda una persona che non sono io. Non più, almeno. Se qualcuno mi incontrasse dopo tutti questi anni, faticherebbe a riconoscermi. Fisicamente, perché in quasi vent’anni un corpo cambia; ma forse sarebbe più impressionato dai cambianenti nella psicologia, nelle idee, nell’atteggiamento verso il mondo.

Se c’è una cosa che ci insegna la grande letteratura del Novecento, è che l’io è un inganno. Altrove non hanno avuto bisogno di aspettare Pirandello o Musil – in Cina avevano giù da un pezzo Zhuangzi – ma ci siamo arrivati anche noi: e meglio tardi che mai, come si dice. Sappiamo, dunque, di essere uno, nessuno, centomila. Inesistiamo in modi diversi e affascinanti. Perché non siamo sempre lo stesso io, ma una molteplicità di identità tra le quali spesso intervengono fratture profonde. E perché anche ognuna di queste nostre identità può essere attraversata da frattute interne, per cui nella stessa persona-maschera può esserci il soggetto che considera valore ogni forma di vita e quello indifferente di fronte a un genocidio. E c’è poi il libro. Che consideriamo la massima espressione di una soggettività, e che invece è alienazione allo stato puro. Il fatto che un libro porti sulla copertina il nome dell’autore non deve trarci in inganno. Ogni libro è il riflesso di una parte dell’autore in un dato momento; in altri momenti esso potrà risultare estraneo al presunto autore, e perfino imbarazzante. C’è poi una cosa ancora. Una volta messo al mondo, un libro è offerto al libero gioco dell’interpretazione e si mescola in infiniti modi diversi con l’inessenzialità del lettore, diventando anch’esso uno, nessuno e centomila.

E insomma: niente roghi, per favore. Non c’è niente da bruciare. Possiamo provare disgusto per una delle incarnazioni di Erri De Luca e continuare ad avere cari i suoi libri che si sono piaciuti – ammesso naturalmente che ci siano piaciuti – e che sono espressione della nostra attività di lettori non meno che della sua di scrittore. Possiamo dissociare il De Luca che va a processo per essersi opposto alla TAV dal De Luca di questa intervista terribile, senza troppe forzature, ma semplicemente riconoscendo una delle infinite spaccature che segnano i volti, le identità, le storie degli esseri umani.

Footnotes

  1. Guy Grossman, Yotam Margalit, Tamar Mitts, How the Ultrarich Use Media Ownership as a Political Investment, in The Journal of Politics, vol. 84, n. 4, 2022.


Antonio Vigilante

Antonio Vigilante

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