Non mi è mai capitato che qualcuno mi puntasse una pistola addosso. Né che lo facesse a mio figlio. Non sono in grado di prevedere la mia reazione, se succedesse. Posso prevedere – perché è quello che succede normalmente – che la mia corteccia prefrontale sarebbe fuori gioco e sarei in preda all’amidgala, la parte del cervello più irrazionale, istintiva e, spesso, violenta. Potrei fare cose profondamente sbagliate, soprattutto se avessi un’arma a disposizione. Non mi riesce facile immaginarmi nell’atto di inseguire una persona e spararle da vicino, ma non posso escluderlo.
Posso dunque avere qualche comprensione umana per Mario Roggero, pur nelle profonde diversità – non avrà mai a disposizione un’arma come una pistola, e non ho precedenti per minacce e violenza privata. So con qualche certezza, tuttavia, una cosa. Se facessi del male a qualcuno sotto l’effetto della parte più istintiva e violenta di me, una volta riconquistato l’uso della corteccia prefrontale sarei profondamente dispiaciuto e pentito per il male fatto. È successo, e succede, per fortuna per cose lontanissime dagli omicidi compiuti da Roggero. Ora, mi pare che in questi cinque anni Mario Roggero non abbia mai espresso, una sola volta, alcun rammarico, né abbia speso una sola parola per le sue vittime e per le loro famiglie. Solo dopo la condanna, al giornalista che gli ha chiesto se si sia pentito di quello che ha fatto, ha risposto: “Sì ma con il senno di poi, bisogna trovarsi in quelle situazioni”. Che più che un tardivo pentimento per aver ucciso delle persone sembra la fredda constatazione che non è stata una buona idea.
Sembra che per quest’uomo, dunque, la vita dei rapinatori non avesse alcun valore. Se vieni a rapinarmi, io posso ucciderti. Il tuo atto delinquenziale annulla il valore della tua vita; posso ucciderti non per difendermi, ma per vendetta, per fartela pagare, perché la tua vita, ora, non vale niente. Non posso affermare che ci fossero tutte queste cose nella testa di Roggero nei pochi minuti in cui ha compiuto il duplice omicidio; ma mi sembrano centrali nella sua rielaborazione e quasi rivendicazione del suo crimine. E c’è, senz’altro, nella testa dei suoi sostenitori, per i quali Roggero è quasi un eroe, il vendicatore della brava gente esasperata da questo esercito di altri inquietanti e pericolosi.
Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens è il titolo di un libro del 1920 del giurista Karl Binding e dallo psichiatra Alfred Hoche: Autorizzazione alla soppressione della vita priva di valore. Si tratta del testo che ha fondato il programma di eutanasia nazista: perché la tesi era che la vita delle persone con disabilità mentali e fisiche e dei malati cronici sia priva di valore: e dunque sopprimibile. Mi pare che stiamo assistendo a qualcosa di simile. Nella percezione di molti esistono vite dotate di valore e vite prive di valore. La soglia che distingue la prima dalle seconde è data da tre cose: l’appartenenza etnica (ma sarebbe meglio dire: razziale; perché la razzializzazione è ancora un fenomeno ben solido), il compimento di reati propri della parte povera della società (contro il patrimonio, in particolare) e la presenza di comportamenti che pongono fuori dalla cerchia della rispettabilità più o meno borghese. Totalmente priva di valore è, per molti, una vita umana che concentri in sé almeno due di questi tratti. I braccianti africani che crepano nelle baracche dei ghetti del Foggiano, ma anche i richiedenti asilo pakistani che dormono a terra in un parcheggio.
Nella richiesta di grazia per Roggero, come anche nell’idea della Lega di candidarlo, c’è questo: il riconoscimento sostanziale del diritto di sopprimere la vita senza valore.