Leggo le prime reazioni a Senza cattedra. Molti like, molti cuoricini: e molte reazioni sdegnate - qualcuna anche offensiva. Che non sorprende: ho messo nel conto la shitstorm, perché so bene come funziona il discorso pubblico sulla scuola in Italia.
Ne scriverò con calma. Intanto un appunto su una cosa non secondaria. Le persone più scandalizzate, fin dal titolo, sono quelle che ritengono che la scuola seria sia centrata inevitabilmente sulla lezione, sulla cattedra e il resto del pacchetto istituzionale-tradizionale che io metto in discussione. Sono le stesse persone che spesso si scandalizzano anche per la presunta continuità e contiguità tra la scuola e il mondo del lavoro, e che si sono opposte all’alternanza scuola-lavoro, questo affronto alla purezza degli studi.
Quando però io sostengo che non c’è nessuna ragione intrinseca, ossia pedagogica e didattica, che giustifichi la configurazione attuale dell’aula, la disposizione in essa dei corpi e le richieste comportamentali conseguenti, mi imbatto in una obiezione come questa (cito da un commento da una discussione sulla pagina Facebook de “La ricerca”):
se nel luogo di lavoro,in ufficio,tutti si mettono comodi,mangiano,bevono,si siedono sulle scrivanie,mettono i piedi sulle sedie ecc. Pensa che il lavoro procederà con più efficienza e con risultati più soddisfacenti?Lo chiedo perché se la scuola è assimilabile, invece,ad una ludoteca allora posso essere d’accordo.
Questa collega dunque è preoccupata alla sola idea che la scuola possa essere un posto più libero anche dal punto di vista della gestione dei corpi, perché un simile ambiente non preparerebbe al mondo del lavoro. E quando replico che la scuola dev’essere un ambiente educativo, e non la replica di qualsiasi altro ambiente sociale, si scandalizza:
mi sta dicendo che se 20 adolescenti si mettono comodi,quello è un ambiente educativo?
E no, naturalmente non basta che si mettano comodi. Il fatto che siano comodi favorisce però cose che sono educative: la comunicazione reale, l’apertura, il confronto, la conoscenza vissuta come piacere. A pensarci bene, sì, la mia idea di scuola è più vicina alla ludoteca che all’ambiente di lavoro come lo pensa la collega. E preciso: come lo pensa la collega. Perché è questo il punto. Chi ragiona così non solo sta mettendo la scuola al servizio del mondo del lavoro. Sta mettendo la scuola al servizio di un certo mondo del lavoro: che non richieda creatività, libertà d’azione e responsabilità. Mette di fatto la scuola al servizio di una idea di lavoro, e dunque di vita, statale-burocratico. Ossia anticulturale, antispirituale, antivitale. E sì, davvero meglio una ludoteca di questa necrofilia.
(Un collaboratore scolastico di una scuola di Manfredonia soleva ripetere: “Prufësso’, ‘sta skolë vutammëlë a discotekë”. Cioè: “Professore, questa scuola convertiamola in discoteca”. Non sarebbe stata forse una cattiva idea.)