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Suhrawardi e la conoscenza di sé

Suhrawardi è uno di quei pensatori che mi affascinano da lontano – ah, la metafisica della luce – ma che riesco ad amare poco quando mi ci immergo. Ne L’angelo purpureo, una raccolta di scritti curata da Sergio Foti anni fa, trovo più di qualche passo notevole, ma immerso in una foresta simbolica per me irritante. Ma trovo anche un domanda sulla quale varrà la pena di tornare.

Un giorno, racconta il curatore, il filosofo persiano ha un sogno, o forse una visione. Da giorni è immerso in un problema che non gli dà quiete e che ha a che fare con la natura della conoscenza. Ed ecco che ora gli appare Aristotele, l’Imam della conoscenza. “Ritorna a te stesso!”, gli dice. Ma come? Come si torna a sé stessi? La risposta di Aristotele è, appunto, una domanda: “La conoscenza che hai di te stesso, è una percezione diretta che tu hai di te stesso per mezzo di te stesso, oppure la devi a qualcosa d’altro?”1 Il sogno-visione è nell’Al-Talwihat, di cui non mi pare che vi sia una edizione integrale in lingue occidentali (solo una traduzione parziale nel solito Corbin). Ma in uno studio di Mehdi Amin Razavi trovo la traduzione della risposta di Suhrawardi:

Una cosa che esiste in sé (al-qā’im bi’l-dhāt) ed è cosciente di sé stessa, non conosce sé stessa attraverso una rappresentazione (al-mithāl) di sé che appare in sé stessa. Questo perché se, nel conoscere sé stessi, si dovesse creare una rappresentazione di sé, poiché tale rappresentazione della propria “Io-ità” (anā’iyyah) non potrebbe mai essere la realtà di quella “Io-ità”, accadrebbe allora che tale rappresentazione sia un “esso” in relazione all‘“Io-ità”, e non l‘“Io”. Pertanto, la cosa appresa sarebbe la rappresentazione. Ne consegue quindi che l’apprensione della rappresentazione dell‘“Io-ità” sarebbe esattamente ciò che è l’apprensione della “Lui-ità” (huwa), e che l’apprensione della realtà dell‘“Io-ità” sarebbe esattamente l’apprensione di ciò che non è “Io-ità”. Questo è un assurdo. D’altra parte, questo assurdo non consegue nel caso dell’apprensione di oggetti esterni, poiché sia la rappresentazione sia ciò a cui tale rappresentazione appartiene sono entrambi degli “esso”.2

Analizziamo il ragionamento di Suhrawardi.

La tesi è che un essere umano non conosce sé stesso attraverso una rappresentazione. Affinché la tesi sia chiara occorre che sia chiaro cosa intende Suhrawardi con rappresentazione. Il termine al-mithāl nel pensiero islamico, e in particolare nel Sufismo, è particolarmente denso. Indica il mondo immaginale intermedio tra il mondo fisico, cui accediamo attraverso i sensi, e il mondo puramente spirituale. Si tratta della dimensione delle immagini, delle visioni, dei sogni. La traduzione del termine con rappresentazione è quella che più si avvicina a questa pregnanza, ma non senza un certo scarto.

Noi dunque, dice il filosofo, non conosciamo noi stessi facendoci una immagine interiore di quello che siamo. E non può essere così per le seguenti ragioni:

a. Se mi creo una immagine interiore di quello che sono (la mia أنانية, il mio essere io), evidentemente questa immagine non sarò io stesso, ma sarebbe altro da me.

b. Ma se queste rappresentazione è altro da me, diversa dal mio io, cogliendo questa rappresentazione non sto cogliendo me stesso, ma appunto qualcosa di altro da me: هو.

c. Dunque conoscere me significa conoscere ciò che non è me.

Per Suhrawardi questo problema non si pone nella conoscenza dell’oggetto esterno, poiché in questo caso tanto l’oggetto quanto la rappresentazione sono un esso. Dal punto di vista buddhista, tuttavia, si potrebbe obiettare che l’esso della rappresentazione, il nimitta, è diverso dall’esso della cosa, e fino a quando abbiamo a che fare con rappresentazioni non siamo realmente in contatto con le cose. Non solo. L’ipotesi buddhista è che vi sia un originarsi contemporaneo tra questa rappresentazione della cosa e la rappresentazione di sé, per cui distruggere il nimitta esterno – cosa che avviene con la meditazione samatha – vuol dire anche liberarsi dell’io. In attesa della liberazione, dovremo contentarci di disturbare noi stessi con questa constatazione: con buona pace di Cartesio – e di Suhrawardi, che pensava possibile una conoscenza non rappresentativa di noi stessi – di noi non abbiamo che immagini, rappresentazioni, sogni, proiezioni. Ed è alienante scoprire che noi siamo un altro, ma è meno alienante che coincidere con la nostra maschera sociale, culturale o psicologica.

Footnotes

  1. Suhravardi, L’angelo purpureo, Luni, Milano-Trento 2000, p. 22.

  2. M.A. Razavi, Suhrawardi and the School of Illumination, Curzon Press, Richmond 1997, pp. 103-104.


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