Luisa Muraro e la violenza

Mi sarebbe piaciuto rileggere, ora che Muraro non c’è più, il suo Dio è violent, un librino che mi sembra una sintesi di tutto ciò che in lei ho sempre trovato, diciamo così, discutibile. Non l’ho ritrovato: è un vezzo dei librini quello di non farsi trovare. Ho ritrovato però la recensione che ne feci per il quarto numero di Educazione Aperta.

L. Muraro, Dio è violent, Roma, Nottetempo, 2012, pp. 75.

La riflessione di Luisa Muraro parte da una scritta comparsa su un muro nel centro storico di Lecce, che è quella che dà il titolo al libretto. La lettera finale di violent è stata cancellata, di modo che non è dato sapere se si tratta di un Dio maschio o femmina – una differenza non di poco conto per una autrice come Muraro, che è tra le rappresentanti più rilevanti del femminismo italiano. Ma quella di Muraro non è una riflessione sul genere di Dio. È una riflessione politica sulla violenza. Se Dio c’entra è perché, spiega, si tratta di «trovare vedute alte e larghe sull’uso della violenza»: e non c’è nulla di più efficace di Dio, quando si tratta di allargare le vedute.

Provo a fissare i punti essenziali del ragionamento di Muraro, che a dire il vero non appare dei più lineari.

C’era una volta il contratto sociale. I sudditi rinunciavano, per la convivenza civile, all’uso della violenza, che riservavano allo Stato. Quest’ultimo deteneva il monopolio della violenza legittima per il bene comune. Da diverso tempo questo uso della forza da parte dello Stato è diventato irresponsabile, per due ragioni. La prima è che chi governa non rende più conto dell’uso della forza (cosa ampiamente dimostrata dalle più recenti missioni militari); la seconda è che i politici, impegnati nei giochi di potere, finiscono per svilire la politica stessa e sono impotenti di fronte al potere economico.

Fin qui il discorso è sostanzialmente condivisibile. Ma qui si fa urgente la domanda: che fare? Ed è qui che il discorso di Muraro si fa meno chiaro.

Di fronte ai politici irresponsabili, scrive l’autrice, «io non mi presento dichiarando che ho rinunciato all’uso della forza fino alla violenza se necessario» (p. 28). Si tratta di fare un passo indietro rispetto al contratto originario. Se il patto non è più valido, perché lo Stato agisce in modo irresponsabile e non per il bene comune, le conclusioni possibili sono due: si può negare la legittimità della violenza dello Stato, oppure si può riaffermare il diritto individuale alla violenza (naturalmente è possibile fare anche entrambe le cose). Muraro sembra seguire questa seconda via. Ma quale violenza? Non qualsiasi violenza, evidentemente. Esiste una violenza giusta. «Si tratta – scrive Muraro – di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e che nessuno può fare sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi» (p. 33).

È un passo nel quale è ben evidente l’influenza, ammessa dalla stessa autrice, del Benjamin di Per la critica della violenza, con la sua distinzione tra la violenza mitica, che pone il diritto, e la violenza divina, che annienta il diritto, colpisce i privilegiati e purifica.

La violenza, così intesa, non è qualcosa di cui l’uomo e la donna possano disporre, non è un mezzo possibile, ma qualcosa che ci trascende. «Vedere nella violenza il manifestarsi di una potenza che gli umani non governano, per lo più cieca e distruttiva, che talvolta però, a sprazzi, prende senso e s’impone in chi ha il senso della giustizia, diventando violenza giusta, questa è una veduta più profonda» (p. 47); s’intende: più profonda di quella di chi considera la violenza un mezzo che si può usare o al quale si può rinunciare.

La violenza dunque può essere cieca e distruttiva o sensata. Diventa sensata quando si manifesta attraverso coloro che hanno il senso della giustizia. Si apre qui un problema di non poco conto: chi ha il senso della giustizia? Chi crede di averlo? Chi agisce in nome della giustizia? Chi ha il senso autentico della giustizia?

La violenza, per Muraro, è manifestazione. C’è qualcosa che ci trascende, qualcosa che non possiamo fermare: «chiusa dentro, ci consuma; risvegliata, ci dà slancio» (p. 71). Ma quale forma deve prendere questo slancio? Quale e quanta violenza?

Di fronte alle prevaricazione del potere bisogna reagire per la via breve, che è quella dell’«azione possibile ed efficace» (p. 70), la quale comporta inevitabilmente «una certa violenza» (p. 71). Quanta? Non è possibile dirlo, per l’autrice. E conclude con questa formula: «quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere» (p. 72). Una formula vaga per rispondere ad una questione che fa la differenza tra un discorso sensato ed un discorso semplicemente irresponsabile. Una formula, peraltro, contraddittoria, perché in qualche modo tenta di regolare e limitare la violenza, dopo aver detto che non è un mezzo, ma qualcosa che ci trascende. Chi agisce violentemente secondo giustizia potrà non odiare, se la violenza è un’onda che lo trascende? Dovrebbe opporre ad essa la sua ragionevolezza, imporle la diga del suo io responsabile: ma questo vuol dire, ancora, fare di quella cosa trascendente un semplice mezzo.

E poi: basta fare a meno dell’odio? Forse che chi non odia è meno violento? Probabilmente è vero il contrario. Gandhi ha riflettuto a lungo sulla Bhagavad-Gita. In quel poema c’è il dramma di un soldato, Arjuna, che si rifiuta di combattere contro l’esercito nemico. Krishna lo invita alla guerra manifestandosi come Dio stesso, e rivelandogli che tutti i nemici sono già stati sterminati da lui. E Krishna combatte, sterminando: senza odio, agendo in spirito di abbandono alla volontà di Dio. È questa, esattamente, la violenza più pericolosa. Nell’odio c’è, ancora, la presenza dell’altro, c’è l’urgenza del suo volto, della sua identità. La violenza senza odio, quando non è religiosamente fanatica, è burocratica, tecnologica: è la violenza di chi getta una bomba che distrugge una intera città.

Muraro pone un problema reale, che è quello della efficacia politica delle azioni di protesta contro un potere che si è slegato da gran tempo dal bene comune. La nonviolenza non la persuade, e probabilmente non del tutto a torto. Prima della guerra finale contro Saddam Hussein si sono viste marce in tutto il mondo: marce affollatissime, indignate, pressanti. Che nulla hanno ottenuto. Quel potere irresponsabile ha imposto ai popoli una guerra palesemente ingiusta, fondata su pretesti, su evidenti menzogne. Milioni di persone che marciano nonviolentemente hanno una efficacia politica pari a zero, nel mondo in cui siamo. È questa una ragione per abbandonare la via della nonviolenza? Può essere una ragione per discutere della violenza possibile, ma mettendo in primo piano ciò che Muraro trascura come poco importante o non decidibile: quale violenza? Violenza può significare uccidere una persona o boicottare un aereo militare. Sono due cose diverse: la prima è violenza contro le persone, la seconda è violenza contro le cose. Dal punto di vista del potere politico-mediatico, sono entrambe violenza; dal punto di vista etico, no. Per Gandhi la distruzione di cose in certi casi non è violenza, e il nostro Capitini considerava il boicottaggio tra le tecniche della nonviolenza.

Soprattutto, ogni discorso sul ricorso alla violenza non può fare a meno del soggetto responsabile. Perché vi sia violenza giusta, occorre che vi sia un soggetto che se ne assuma la responsabilità, che si sia deciso per essa calcolando attentamente, e spesso dolorosamente, i pro e i contro. Quello che mi sembra pericoloso ed inaccettabile nel discorso di Muraro è invece una certa mistica della violenza, il considerarla una realtà che ci trascende, qualcosa di cui non possiamo rispondere. Spiace leggere in una filosofa come Muraro parole come «meno filosofia e più pratica». La pratica che fa aggio sulla filosofia sembra, in questo caso, quell’agire impersuaso di cui Capitini ha mostrato la pericolosità fin dagli anni Trenta del secolo scorso. Non è di questo che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno, oggi più di ieri, di soggetti responsabili, pensosi, persuasi. E di demitizzare la violenza.


Antonio Vigilante

Antonio Vigilante

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