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Il Palio e la città che è altrove

I senesi rivendicano l’ineffabilità del Palio: chi non è di Siena non può capirlo. Ed è una ineffabilità che gettano in faccia a chiunque critichi una tradizione che stride sempre più con la sensibilità diffusa; dopo l’argomento della cura quasi fanatica dei cavalli - che è evidentemente debole: a smentirlo è l’evidenza che i cavalli si fanno male e in qualche caso muoiono - resta appunto questo: non potete capire.

C’è un momento in cui i senesi sono costretti però a scendere a patti con lo sguardo esterno, ed è quello della committenza del drappellone, ossia il Palio nel sua aspetto fisico: il trofeo che la contrada vincitrice porta a casa, per esporlo poi nel proprio museo. Per tradizione - e a Siena la tradizione è sacra - il drappellone del Palio di luglio è commissionato ad un artista senese (ma quello di quest’anno è opera del trentino Ismaele Nones), mentre quello di agosto è commissionato ad artisti di fama internazionale (tra questi Botero, Guttuso, Mitoraj, Folon), per dare prestigio e respiro all’opera; ed è, inevitabilmente, il momento in cui l’autorappresentazione entra in contatto e spesso in attrito con quello sguardo esterno che i senesi tollerano poco. V’è poi un aspetto legato al sacro: il drappellone di agosto rappresenta l’Assunta e ci si aspetta che si rispetti l’iconografia sacra. Un’esigenza che confligge spesso con lo stile dell’artista. La madonna di Milo Manara, ad esempio (drappellone del 2019) poteva far nascere pensieri non troppo casti, mentre molte perplessità suscitò il drappellone di Charles Szymkowicz del 2018, con una Madonna dai tratti troppo violenti e severi, che l’arcivescovo si rifiutò di benedire (anche perché teneva in braccio un cavallo invece di Gesù Bambino).

Il drappellone del Palio di agosto di quest’anno è stato affidato all’artista romena Teodora Axente. E sta suscitando non poche polemiche. Che si concentrano, come spesso accade, sul volto della Vergine. Si staglia, la Madonna di Axente, su un cielo cupo, che sembra minacciar pioggia (e anche questo non può piacere troppo ai senesi, se si considera che il cattivo tempo è stato una costante delle ultime edizioni del Palio), avvolta in un abito sontuoso. E con un volto innegabilmente androgino. Per essere precisi, è difficile negare che si tratti del volto di un ragazzo. E dunque il gender, ecco, s’è infiltrato anche nel Palio. Con un duplice oltraggio: alla tradizione senese e alla religione. Questo il tono delle polemiche.

Se si apre un libro di storia dell’arte a dire il vero c’è un bel po’ da divertirsi sui volti della Madonna. Che sono eteree e altere o materne, femminilissime o neutre o perfino con qualche muscolo e tratto mascolino, in qualche caso con il viso segnato dal dolore e dal tempo. Il volto della Madonna di Axente ha però una particolarità. Se si cerca qualcosa di simile ci si accorge che non occorre aprire un libro di storia dell’arte, ma un giornale di moda. L’impressione è quella di un volto ritagliato da un qualche rivista patinata. Ci si può chiedere se il sacro non si annidi, oggi, proprio nelle riviste patinate, ma è una riflessione che risparmio a chi legge. Per ora registro il dato.

Un secondo elemento che colpisce è l’assenza dei cavalli. Quelli del Palio di luglio avevano suscitato perplessità sia per la postura che per le lingue di fuori; qui mancano del tutto, sostituiti da certi pescetti che appartengono all’immaginario dell’artista. Non è la prima volta. Mancavano, ad esempio, nel drappellone di luglio del 2024, dipinto dall’artista barese Giovanni Gasparro; ma in quel caso la Madonna aveva un volto segnato da una tensione spirituale in pieno accordo con la tradizione iconografica.

Ma è nella parte bassa del drappellone che troviamo le cose più interessanti. Prima di analizzarla però occorre una premessa per i non senesi.

Il centro di Siena è circondato da mura nelle quali si aprono diverse porte. La più imponente è porta Camollia, che rappresenta anche l’ingresso nel centro per chi raggiunge la città via treno e dopo essere uscito dalla stazione sale all’Antiporto. Ora, il territorio delle contrade è tutto all’interno delle mura. Fuori dalle mura abitano non pochi contradaioli, e non è raro vedere bandiere di contrada ai balconi, ma nessun quartiere rientra nel territorio di una contrada; né, ovviamente, esistono contrade legate ai nuovi quartieri. Dal momento che Siena è le contrade e le contrade sono Siena, le mura rappresentano anche il confine tra ciò che è davvero Siena e ciò che non lo è. Non pochi senesi vi assicureranno che quartieri come il Petriccio e San Miniato non sono Siena.

La Siena dentro le mura sta vivendo non pochi problemi. Che sono, in parte, i problemi di tutti. La popolazione invecchia, si fanno pochi figli, c’è scarso ricambio generazionale. A ciò si aggiungono i danni fatti dal turismo: il centro si svuota dei residenti, gli appartamenti diventano B&B mentre i negozi locali chiudono uno dopo l’altro, sostituiti da negozi di catena indirizzati ai turisti. La città assume sempre più l’aspetto di tutte le città turistiche: negozi tutti uguali, ristoranti ovunque, comitive di turisti che seguono qualcuno con una bandierina e fotografano con l’ossessione di chi è chiamato a testimoniare l’esistenza di un luogo che sta per scomparire. (Riprendo il dato che ho registrato e mi chiedo se una Madonna che ha il volto che pare ritagliato da un giornale patinato non rappresenti questa Siena. Ma è una parentesi.)

Siena vive, oggi, grazie all’immigrazione. Immigrati meridionali, senza i quali si bloccherebbero, ad esempio, le scuole della città; immigrati albanesi, romeni, cinesi, nordafricani, che occupano gli spazi lasciati vuoti da una città borghese nella quale qualsiasi lavoro manuale è poco appetibile per i residenti. Sono queste persone, che vivono per lo più fuori dalle mura, che oltre a far andare avanti la città finanziano anche, di fatto, il Palio. Ossia un rituale che non li riguarda e che capiscono poco. Una festa alla quale non sono stati invitati.

Leggiamo ora la parte bassa del drappellone di Axente. C’è, in basso, piazza del Campo, a forma di conchiglia. Ed è dislocata, la Piazza, a ridosso di porta Camollia. L’artista, cioè, ha spostato il luogo del Palio dal centro della città al punto in cui la città incontra la periferia. Si potrebbe obiettare che in realtà ha creato due diversi scorci, facendo uso di quella libertà che nessuno negherà ad un’artista: in primo piano dunque il Campo, e dietro la città. Ma c’è un dettaglio che rende implausbile questa lettura: porta Camollia è vista dall’interno. Se si trattasse di una vista su Siena, quale può presentarsi alla mente di chi si accinga a visitarla provenendo da nord, la vista sulla porta dovrebbe esser dall’esterno.

E fuori porta Camollia cosa c’è? C’è Siena. C’è il Duomo, c’è la Torre del Mangia, c’è San Domenico e c’è perfino Santa Maria dei Servi. C’è Siena, lì dove per i senesi non c’è Siena.

Axente, insomma, crea uno smembramento, una dislocazione di Siena che è tanto blasfema per un senese quanto interessante per ragionare di Palio oggi. Perché il futuro del Palio è legato esattamente alla capacità e al coraggio di liberarsi dalle gabbie identitarie e ripensare le dinamiche dentro/fuori, le logiche di appartenenza ed esclusione. Dentro le mura c’è una città che invecchia, si svuota e si vende - magari riciclando denaro sporco. Fuori ci sono le persone che la fanno funzionare. Il Campo, in questo drappellone, si sposta verso di loro.

Un volto che non si lascia assegnare a un genere, una corsa senza cavalli e una piazza fuori posto. Tre modi diversi di revocare un confine. Il rifiuto di dire dove finisce una cosa e dove ne comincia un’altra, che è precisamente il gesto contro cui Siena ha costruito la propria intera grammatica simbolica, fatta di territori, di rioni nemici, di battesimi contradaioli, di gente che si sposa fuori e resta comunque di dentro. Ed è qui che si capisce perché la polemica si è concentrata sul volto della Vergine e non sulla dislocazione della piazza. Perché il volto ambiguo è un oltraggio che si può nominare, e nominandolo si può respingerlo - non manca chi chiede perdono alla Madonna. La piazza spostata è una diagnosi.

Il 16 agosto i cavalli correranno, una contrada vincerà - “Se lo vinciamo non mi lamento”, dicono i contradaioli a chiosa delle polemiche sui drappelloni - e quell’opera finirà in un museo di contrada, dentro le mura. Con dipinta sopra, per chi vorrà vederla, una città che sta altrove.


Antonio Vigilante

Antonio Vigilante

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