Chi credeva che Vannacci sarebbe andato avanti con i video generati dall’Intelligenza Artificiale in cui si cala con supremo sprezzo del ridicolo nei panni di un antico romano deve ricredersi. Abbiamo il programma. Anzi: la Base Ideologica e Programmatica, abbreviata in B.I.P., che casualmente è il suono che fa l’elettroencefalogramma piatto. Per la precisione abbiamo mezza B.I.P. Farne una intera costava troppa fatica. Uscirà a puntate: del resto anche i grandi romanzi russi dell’Ottocento sono usciti così.
La B.I.P., che a stampa occupa cento pagine, è un concentrato di deliri anticostituzionali al centro dei quali c’è la confessione di una passione che sospettavamo nel generale e nei suoi: la necrofilia. La troviamo dichiarata già nell’introduzione:
È tempo per la rinascita di un pensiero e di un’azione tipicamente romani e cristiani, impegnandosi per il futuro delle nostre famiglie e dei nostri figli, ai quali dobbiamo consegnare un Paese migliore e all’altezza di come ci è stato consegnato dai nostri avi, la cui volontà rimane per noi monito, consegna e criterio di decisione. Come ci ha insegnato Gilbert Keith Chesterton, il cui trapasso coincide col giorno di conclusione della nostra Assemblea Costituente, “La tradizione può essere definita come una estensione del diritto politico. Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi”. Ce lo diceva anche Giovannino Guareschi, che nel diario redatto durante la prigionia in un campo tedesco scrive “bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia”.
Bisogna tener conto dei morti. Ho trovato questa idea in un altro degli autori cari alla destra cristiana, in particolare a quella che negli Stati Uniti sostiene Trump: C.S. Lewis. In The Abolition of Man (1943) Lewis sosteneva che esiste una morale universale, una legge naturale che chiamava Tao. Alla legge naturale si appella anche chi ha scritto questo programma, cui forse non farebbe troppo piacere scoprire che per il tradizionalista cristiano Lewis una tale legge naturale comprende sia “il dovere verso la propria gente” che “i dettami inflessibili della giustizia e la regola che, alla fine, tutti gli uomini sono fratelli”1. E si può anche ricordare che la legge naturale compare, nella filosofia greca, con i Sofisti Ippia e Antifonte, proprio per affermare, in tensione con il diritto positivo, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Ma è una parentesi: qui ci interessano i morti.
Ogni generazione, ragione Lewis, esercita potere in due direzione: verso i posteri e verso le generazioni precedenti. Se immaginiamo ora una generazione che abbia conquistato il massimo potere possibile, attraverso l’eugenetica (un tema caldo ai tempi di Lewis) e l’educazione, abbiamo due cose da temere. Da un lato dei discendenti che saranno più deboli, perché sottoposti a quel potere; dall’altro, dal momento che una tale generazione “sarà anche la più emancipata dalla tradizione”, le generazioni precedenti – i morti – avranno un potere ridotto in modo anche più drastico.2
Ecco dunque la più oscura di tutte le classi: i morti. Che costituiscono, tutti insieme, in un abbraccio fraterno e solidale, la Tradizione. Una Tradizione che in realtà non esiste. Chi non ha troppa propensione all’argomentazione ama praticare l’arte del ventriloquo: si mette su un qualche pupazzo, lo si veste per bene, in modo che sembri autorevolissimo – ma si può ricorrere anche a quel pupazzo supremo che è Dio – e dunque gli si fa dire quello che ci piace. Così va con la Tradizione. Lewis lo dimostra in modo perfino imbarazzante. L’antologia del Tao, che pone in appendice al suo libro quale dimostrazione dell’esistenza di una Tradizione transculturale, è in realtà un’accozzaglia di testi tolti da contesti che dicono in realtà cose atroci, in doloroso contrasto con quel principio di fratellanza che per lo scrittore cristiano è la base del Tao, ossia della legge naturale. Si prendono una manciata di morti, si fa dire loro quello che ci piace – in fondo sta accadendo appunto con Lewis, che è pensatore ben più complesso di quello che credono o vogliono far credere gli evangelici americani; e i nostri vannacciani lo fanno, in questo documento, con il povero Pasolini, di cui mettono in esergo un verso tratto da Saluto e augurio –, si coglie un filo di quella realtà complessa e molteplice che è la storia umana, lo si astrae, lo si lavora come piace e si serve il piatto a un elettorato di bocca buona, non troppo avvezzo alla problematizzazione.
A rendere particolarmente grottesco il discorso di questo sgangherato documento è l’appello alla civiltà greca (e, naturalmente, romana e cristiana); vorrebbero perfino, i vannacciani, che per ottenere la cittadinanza italiana si sottoscrivesse una “dichiarazione formale di accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. Una dichiarazione che, essendo non cristiano, anzi anticristiano, io stesso non potrei sottoscrivere: per cui dovrei rinunciare alla cittadinanza italiana.
Ogni manuale scolastico insegna, sbagliando, che la filosofia è un’invenzione del genio greco, segno della sua unicità, e patrimonio particolare dell’Europa. Ora, la filosofia è tante cose diverse, ma una soprattutto: critica e vaglio della tradizione. Che è anche la ragione per la quale i filosofi sono spesso finiti male, da Anassagora in poi. Accogliere l’eredità della Grecia vuol dire appunto porsi criticamente verso qualunque stato di fatto, verso ogni visione del mondo stabilita, verso ogni tradizione. L’Occidente greco-romano-cristiano è una costruzione assolutamente arbitraria che, a proposito di violenza contro i morti, castra la stessa filosofia, seppellisce la vitalità del pensiero occidentale, mettendo a tacere le voci più critiche, vivaci, anticonformiste, o che semplicemente dicono cose che non si inseriscono nella costruzione artificiale della Tradizione. Quel che si può adattare, si adatta – si pensi al Lucrezio addomesticato delle edizioni scolastiche del Ventennio fascista e del Trentennio democristiano –, mentre quello che non si può adattare si cancella.
Per Lewis, come abbiamo visto, c’è un potere anche sulle generazioni successive. Ed è un potere reale, che è il tema di uno dei libri di filosofia morale più importanti della seconda metà del Novecento: Il principio responsabilità di Hans Jonas. Siamo nel 1979, e l’allarme per le conseguenze devastanti dello sviluppo tecnologico è alto. In un’epoca in cui l’essere umano è in grado di distruggere la vita stessa sul pianeta, o di compromettere seriamente le condizioni di vita, le nostre scelte, avvertiva Jonas, non possono non tener conto delle generazioni future. Vannacci, che si preoccupa dei morti (suoi), non si cura invece dei vivi futuri. La vita compare, nel documento, solo per inserire la formula cara ai cattolici della “difesa della vita dal concepimento alla morte naturale” tra i principi non negoziabili. Non interessa troppo, poi, quali saranno le condizioni di vita di questo bambino che avremo salvato dall’aborto. Avrà ancora un mondo in cui sarà possibile sperare in un futuro? Potrà avere figli senza temere che apparterranno all’ultima generazione umana? A Vannacci e ai suoi non interessa. Sono questioni da gretini: e si liquidano con uno di quei sorrisini che piacciono tanto sui social alla gente di destra.
Una cosa possiamo sapere, considerando i nostri morti. Ed è che queste idee, di cui non è difficile individuare la natura – durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale l’ex leghista Domenico Furgiuele ha salutato la platea con un: “Cari camerati” – hanno causato una sola cosa: la morte. Tra i miei morti c’è mio zio, mandato a morire congelato in Russia; ma forse è andata anche peggio a mio nonno, mandato ad uccidere in Etiopia. I morti di Vannacci sono quelli che hanno mandato a morire i nostri nonni. E che manderanno a morire i nostri figli, se non li fermiamo.