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Quello che mi premeva dire sulla scuola

Sergio Pasquandrea ha letto il mio Senza cattedra in parallelo con Critica della scuola neoliberale (il libro a cura di Mimmo Cangiano cui ho dedicato qui una lunga lettura); e, se non mi è sfuggito qualcosa, è il secondo articolo dedicato al mio libro dalla sua uscita, ormai più di sei mesi fa. Non si può dire che il libro abbia avuto successo. Ed è una cosa cui sono abituato – ma la scuola, a differenza dell’etica buddhista, è un tema caldo, e un po’ speravo che andasse diversamente.

Come mai il libro è passato inosservato? Perché non è un buon libro, perché è scritto male, perché è noioso, perché è irritante. Non saprei. A me pare un buon libro, ma non sono il miglior giudice delle mie cose.

Poiché ho scritto quel libro perché mi premeva dire alcuna cose, vorrei provare a dirle nel modo più semplice e sintetico possibile. Procederò per punti. Che appariranno inevitabilmente apodittici: chi vorrà sapere di più potrà leggersi il libro o, meglio, scrivermi.

Uno. La scuola – italiana: mi occupo del nostro sistema scolastico, perché è l’unico che conosco dal di dentro – non funziona. Non vi si impara molto, soprattutto se si paragonano i risultati al tempo e agli sforzi richiesti; non si migliora granché come persone; non vi si realizza granché la giustizia sociale.

Due. Questo malfunziomento non è dovuto a qualche riforma recente o all’impatto nell’onnipresente neoliberismo (o neoliberalismo), ma alla struttura stessa dell’istituzione scolastica, che è caratterizzata da: a) rapporti umani per lo più burocratici, freddi, inautentici; b) un rapporto con il sapere ugualmente inautentico, strumentale, non creativo; c) una sistema capillare di regole che rendono l’ambiente scolastico iperdisciplinato; d) nessuna reale partecipazione alla vita sociale: la scuola è un ambiente chiuso. Una struttura che è il risultato di dinamiche storiche, che nel libro ho provato a ricostruire, e non una necessità intrinseca.

Tre. Si pretende che un tale ambiente sia educativo. Questa convinzione è basata su un equivoco: la confusione tra educazione e socializzazione. La docente che rimprovera la studentessa che arriva costantemente in ritardo è convinta di educarla, perché nella vita è importante essere puntuali. Qui si tratta di regole sociali, dalle leggi dello Stato fino alle regole non scritte che riguandano le interazioni quotidiane; ma una persona può rispettare tutte le regole sociali ed essere perfettamente vuota. O criminale, se il sistema è criminale. L’educazione è cosa diversa dalla socializzazione.

Quattro. Cos’è, allora, l’educazione? Vediamo intanto cosa non è. Abbiamo appena visto che non è socializzazione. Non è nemmeno cercare di condurre una bambina o un’adolescente verso un modello di persona giusta, cercando di contribuire alla formazione di un’adulta desiderabile. E ciò per due ragioni: al di là dell’apparenza, non v’è affatto accordo su cosa significhi essere una persona giusta; e, quand’anche esistesse un tale accordo, si tratterebbe comunque di un accordo tra adulti, imposto alle giovani generazioni.

Cinque. Si ha educazione quando un soggetto conquista qualche forma di potere fisico o mentale – potere inteso come possibilità. Essa accade in determinate situazioni. Comprendere quali sono le situazioni educative è uno dei compiti principali di chi si occupa di educazione.

Sei. Se riflettiamo su come e quando è aumentato il nostro potere, prima o poi ci imbattiamo in una situazione comunicativa autentica. L’incontro reale tra due o più persone è una delle cose che maggiormente aiutano le persone a crescere: ad acquisire nuove conoscenze, nuovi punti di vista, nuove possibilità – nuovo potere.

Sette. In queste situazioni comunicative ed educative autentiche, tutti mettono in comune la propria umanità e tutti crescono insieme. Per questo educarsi insieme mi sembra appropriato parlare di sinagogia.

Otto. Una comunicazione autentica, e dunque educativa, è sempre simmetrica. È un incontro tra persone che si comunicano. Persone che possono essere diversissime tra di loro per età, cultura, esperienza, status: ma nel momento della comunicazione sono persone e null’altro.

Nove. In una comunicazione autentica c’è reciproco riconoscimento. L’altro, non inferiorizzato, è un interlocutore. Tutto quello che è, che pensa, che ha da dire è accolto come valido in quanto umano. E al tempo stesso è superato. Nella comunicazione autentica si opera una dialettica dei punti di vista, delle opinioni, della percezione del mondo. La sinagogia è caratterizzata dal muoversi insieme verso, reso possibile dal reciproco riconoscimento.

Dieci. La convinzione che il rapporto tra le docenti e le studentesse sia naturalmente asimmetrico, come se il discorso pedagogico non fosse performativo, ostacola l’accadere dell’educazione in classe. Come lo ostacola la visione del sapere come un blocco consolidato, che va trasmesso, un sacro deposito di conoscenze e valori cui nulla la studentessa può aggiungere. La scuola opera ordinariamente non per dialettica, ma per sostituzione.

Undici. Le rigidità istituzionali, l’ipertrofia delle regole, la visione chiusa del sapere (che è già tutto pronto: va solo spiegato), la freddezza e inautenticità relazionale rendono difficili per tutti a scuola l’apprendimento reale e l’accadere dell’educazione, ma a esserne colpiti sono soprattutto gli studenti che vengono da contesti cosiddetti svantaggiati.

Dodici: La cultura scolastica è centrata sulla scrittura e sul libro. L’apprendimento della scrittura è l’atto con il quale la bambina si iscrive nell’ordine simbolico dell’istituzione scolastica. La scrittura struttura in un certo modo anche il pensiero: spinge verso la concettualizzazione, l’astrazione, la logica. Esiste un pensiero diverso, proprio di culture orali, quali ad esempio quella che si esprime nella Bibbia o nei poemi omerici. Ora, anche nella nostra società esistono differenza notevoli riguardo alla pratica della scrittura. Si può parlare di ambienti sociali a oralità persistente, nelle quali prevale ancora, ad esempio, il discorso diretto.

Tredici. L’insuccesso scolastico di chi proviene da ambienti poveri – questo mistero che inquieta almeno dai tempi di Tolstoj – trova qui la sua spiegazione. Quanto più grande è la distanza tra la cultura scolastica, centrata sulla parola scritta, e quella della studentessa, spesso centrata ancora sull’oralità, tanto più risulterà difficile ottenere riconoscimento nell’istituzione scolastica.

Quattordici. La possibilità della scuola di operare in modo educativo e di essere, al tempo stesso, strumento di giustizia sociale, è legata in modo significativo, dunque, alla capacità di chi insegna di creare legami comunicativi autentici, fondati sul riconoscimento reciproco, e di creare spazi dialogici nei quali la pratica della parola opera dialetticamente per superare lo iato tra la cultura scolastica e le tante culture che le studentesse portano con sé.

Quindici. Una scuola può essere il luogo in cui più persone provano ad avere un rapporto autentico tra di loro, a mettere in comune le loro visioni del mondo e a muoversi insieme verso la conoscenza e i valori. Tutto ciò avviene non senza un attrito profondo con l’istituzione, che dev’essere restituita alle persone che l’abitano attraverso un profondo ripensamento di spazi, ruoli, pratiche, routine.


Antonio Vigilante

Antonio Vigilante

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