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Odnikud

Perché il divieto di burqa a scuola non è una buona cosa

Il ministro Valditara vorrebbe includere il divieto del burqa a scuola nel nuovo disegno di legge in materia di sicurezza. Ed è, quella del burqa a scuola, una di quelle questioni che fanno saltare le reazioni legate al posizionamento politico – perché coinvolgono valori tanto di destra quanto di sinistra – e richiedono pertanto analisi lunghe e inevitabilmente noiose: come sarà questo post. Chi abbia fretta può saltare alla conclusione.

Gli argomenti

Soppesiamo gli argomenti a favore e contrari al divieto. Segnerò con P (Pro) i primi e con C (Contro) i secondi. Sono argomenti che ho isolato seguendo la discussione sui social network, nei casi, non frequenti, in cui non ci si è limitati allo sberleffo.

Comincio dai primi.

P1: Il burqa o niqab1 non è un abbigliamento neutro, ma ha una valenza di umiliazione, sottomissione e negazione della donna che è in contrasto con i nostri valori, compresi quelli della Costituzione. È, almeno in parte, l’argomento di queste parole di Valditara: “Se permettiamo che una ragazza venga a scuola con il burqa, la includiamo accettando principi in contrasto con la Costituzione, come la discriminazione uomo-donna, ma non la integriamo. Accettiamo che sia una non-persona, le impediamo di socializzare”.

P2: L’identificazione e la sicurezza. In un’istituzione pubblica come la scuola è importante poter riconoscere i singoli studenti. In un’ipotetica e improbabile classe frequentata da diverse studentesse con il burqa, una docente non saprebbe chi ha di fronte.

P3: L’apprendimento è interazione e la relazione educativa passa anche dal volto, dallo sguardo, dall’espressione. Senza scomodare Lévinas, possiamo immaginare il disagio e le difficoltà di una docente che si trovi di fronte diversi volti coperti, o anche uno solo.

P4: La scuola è il luogo in cui la giovane donna dovrebbe poter sperimentare uno spazio libero da vincoli imposti dalla famiglia o dalla comunità; il burqa è segno di una pressione patriarcale che l’istituzione ha il dovere di contrastare.

P5: ll quinto argomento è quello della socializzazione, invocato da Valditara. Una studentessa con il burqa resterà isolata in classe e non riuscirà realmente a socializzare con i compagni.

Qualche osservazione su questi argomenti prima di passare a quelli contrari. P1 solleva un problema non facile, che è quello dell’attribuzione di significato a un significante. Chi stabilisce il reale significato del burqa, come anche del velo? In alcuni casi si ritiene che il diritto di significazione spetti a chi si riconosce in un simbolo. È quello che fanno spesso i cattolici con il crocifisso, di cui rivendicano la presenza nelle aule scolastiche, dopo aver stabilito in modo unilaterale che è un simbolo di pace e amore, e che dunque vale per tutti. Nel caso del burqa si stabilisce invece dall’esterno che è un segno di oppressione e negazione della donna, ed è un giudizio che non ammette appello. All’argomento P2 si può replicare che il riconoscimento può essere effettuato in caso di bisogno, cosa che già accade, e del resto dopo la pandemia e l’uso generalizzato delle mascherine è un argomento particolarmente debole; in ogni caso è difficile che in un ambiente in cui i rapporti sono continui un’insegnante non sappia davvero chi ha di fronte. Più difficile è replicare a P3. Riguardo a P4 noto una contraddizione: l’attuale governo afferma il potere delle famiglie di decidere l’educazione dei figli su alcuni temi sensibili; nega dunque, di fatto, che la scuola possa e debba, almeno su certi temi, essere un ambiente ulteriore rispetto alla famiglia. Ma questa negazione della scuola come spazio libero potrebbe essere invocata anche da genitori che vogliano il burqa per la figlia.

Vediamo gli argomenti di chi si oppone al divieto.

C1: La prima obiezione ha a che fare, in un modo che può apparire paradossale, con la libertà. Se una persona vive quell’abito come espressione autentica della propria fede, vietarlo significa comprimere un diritto fondamentale.

C2: Il secondo è un’obiezione a P4: chi ci dice che la ragazza sia costretta? Presumere sempre coercizione può essere a sua volta paternalistico, negando alla donna musulmana la capacità di scegliere.

C3: Il terzo è il rischio di esclusione: un divieto rigido può avere l’effetto opposto a quello dichiarato, cioè allontanare dalla scuola proprio quelle ragazze che si vorrebbe emancipare, spingendole verso l’isolamento o l’istruzione parentale.

C4: Il quarto è l’argomento della discriminazione: un divieto che di fatto colpisce quasi esclusivamente una minoranza religiosa specifica pone un problema di eguaglianza sostanziale.

A quest’ultimo argomento si potrebbe obiettare che non c’è una intenzione precisa di colpire quella minoranza religiosa – a voler concedere il punto, sul piano puramente argomentativo: sappiamo invece che l’islamofobia è forte – e che ad essere colpita è quella minoranza semplicemente perché è quella che in modo più sensibile si allontana dai nostri valori, principi e pratiche di vita. A C3 su può obiettare che in questo modo si rischia una deriva pericolosa: se bisogna assecondare le famiglie perché altrimenti non mandano i figli a scuola, faremo una scuola su misura delle famiglie, o più probabilmente una scuola bloccata. Questa è una obiezione che ha a che fare ancora con la contraddizione che ho notato discutendo P4.

I valori

Vediamo ora quali sono i valori sul tavolo, quelli dichiarati e quelli impliciti.

Dalla parte di chi sostiene il divieto, i valori dichiarati sono: la dignità della donna, da cui discende il dovere di emanciparla dalla soggezione patriarcale della famiglia, e la sicurezza. A questi Valditara aggiunge quello dell’integrazione contrapposta all’inclusione. Un valore non dichiarato, ma evidente, è quello dell’identità: noi italiani siamo in un certo modo, e quel modo di concepire la femminilità si allontana sensibilmente dal nostro; e noi abbiamo il diritto e forse anche il dovere di difendere la nostra identità culturale. Non è da escludere che venga anche richiamato il valore della laicità dello Stato e dunque della scuola.

Discutiamo un attimo. Non i valori in sé, ma le contraddizioni di chi sostiene quel divieto alla luce di questi valori. Chi combatte il burqa in nome della libertà, della dignità, dell’autodeterminazione della donna dovrebbe essere anche in prima fila nella difesa di altre pratiche in cui si esprime tale autodeterminazione – in primo luogo l’aborto – e combattere apertamente la mentalità patriarcale, che è ancora presente da noi. Cose che non appartengono alla destra italiana. Quella reincarnazione particolarmente ridicola del fascismo che è Futuro Nazionale rivendica apertamente il patriarcato, con l’aggiunta (ridicola, appunto) dell’aggettivo mediterraneo. La contrapposizione tra inclusione e integrazione di Valditara non è priva di interesse. Sul tema esistono intere biblioteche, che insegnano da tempo ai docenti che includere è meglio di integrare. Io mi concedo la libertà di pensarla diversamente, ma in direzione opposta a Valditara. Integrare viene da integro, cioè intero. E può dire due cose: o che la persona da integrare, con la sua diversità, rappresenta un pezzo necessario per raggiungere l’unità, o che quella persona va accettata nella sua interezza. In entrambi i casi costringere una persona a rinunciare a un elemento importante della propria identità non ha nulla a che fare con l’integrazione. È appena il caso di notare quanto sia poco credibile chi evoca la laicità dello Stato sostenendo in modo sostanzialmente aperto il confessionalismo cattolico; e d’altra parte – ma sarebbe un discorso lungo – si può anche discutere che il burqa abbia un valore realmente, o esclusivamente, religioso.

Vediamo i valori di chi è contrario al divieto. La libertà di coscienza e di religione, intanto. Poi l’autonomia della persona e la non-discriminazione. E infine l’accesso all’istruzione. Sono tutti valori, va detto, che possono essere messi in discussione nel caso specifico anche da chi li condivide. Come appellarsi alla libertà di coscienza per difendere ciò che appare una evidente violazione della libertà? Quale autonomia c’è nel burqa? Sono obiezioni che vengono anche da sinistra, comprensibilmente dal mondo femminista. Si può, a dire il vero, fare una considerazione sull’autonomia. Chi è contro il burqa è convinto che sia una imposizione patriarcale e una negazione dell’autonomia delle donne. Dal momento che le donne che indossano il burqa non partecipano al discorso pubblico sul burqa, non è possibile conoscere il loro punto di vista. D’altra parte, anche se lo facessero, invalideremmo qualunque loro affermazione ritenendole a monte donne non libere, che dunque dicono ciò che gli uomini vogliono che dicano. Resta tuttavia una contraddizione: un uomo, il ministro, stabilisce cosa le donne non devono indossare, togliendo questo potere a un altro uomo. Si resta, mi sembra, nel campo del potere maschile sul corpo femminile. Cambierebbe qualcosa se a farlo fosse una ministra donna? Forse no.

Resta l’ultimo valore, quello dell’accesso all’istruzione.

Etica dei principi ed etica della responsabilità

In filosofia morale si distingue, con Weber, l’etica della convinzione (Gesinnungsethik) dall’etica della responsabilità (Verantwortungsethik). Nel primo caso si decide seguendo dei principi, quali che siano le conseguenze e gli effetti; nel secondo si mettono tra parentesi i principi e si valutano soprattutto gli effetti. Abbiamo discusso fino ad ora i principi e i valori. Consideriamo ora la questione dal punto di vista dell’etica della responsabilità, ossia degli effetti concreti del divieto.

Una premessa: il burqa, come dovrebbe essere noto, non viene indossato dalle bambine. Accompagna la pubertà e la maturità sessuale; e dunque ha a che fare con adolescenti che per lo più sono al di fuori dell’obbligo scolastico (che in Italia termina a sedici anni). Un genitore che decida di ritirare da scuola una figlia di sedici anni perché a scuola non può indossare il burqa non sarebbe fuorilegge. Non si può escludere che le famiglie decidano altrimenti, che mandino le figlie a scuola senza burqa, cedendo alle pressioni ministeriali; ma ammetterlo significa riconoscere nelle famiglie un’apertura e una disponibilità al dialogo che rendono di per sé inutile il divieto.

Non si possono sottovalutare le difficoltà di socializzazione. Chi insegna sa quanto siano forti le tensioni, le logiche di esclusione, in qualche caso le pratiche di bullismo già in condizioni normali. Una studentessa con il burqa isolata nel suo banco non è un’immagine improbabile. Ed è un’immagine che non piace a nessuno. Ma guardiamo meglio. In quel banco, isolata, quella studentessa per tutto il giorno entrerà in ogni caso in contatto con idee, valori, pensieri, sistemi filosofici, correnti artistiche, visioni scientifiche. Avrà un mondo intorno; un mondo altro rispetto a quello della famiglia. E credo che sia difficile negare che poche persone abbiano bisogno di tutte queste cose quanto un’adolescente che indossa il burqa.

Consideriamo ora questa affermazione: un’adolescente che indossa il burqa ha bisogno della scuola, proprio perché indossa il burqa. Non credo che Valditara sarebbe contrario. Ma l’affermazione ulteriore che un’adolescente che indossi il burqa può entrare a scuola solo se toglie il burqa è in evidente contraddizione con la precedente. Se il burqa è ciò che nel caso specifico rende urgente l’azione della scuola, chiedere che l’accesso a scuola sia subordinato alla rinuncia al burqa vuol dire chiedere come condizione ciò che invece dovrebbe essere l’esito dell’azione della scuola (un esito possibile; non si può escludere che dopo aver studiato, riflettuto, analizzato una giovane decida di tenere comunque il burqa). C’è, qui, quel modo di procedere della scuola italiana, che ho provato ad analizzare in Senza cattedra: procedere per sostituzione, e non per dialettica. E cioè: la scuola ha una sua visione del mondo e chiede a chiunque vi entri di farla propria; di sostituire la propria visione del mondo (che vuol dire anche: modi di parlare, modi di muovere il corpo e di disporlo nello spazio, valori eccetera) con quella scolastica. Mentre la scuola dovrebbe fare altro: cercare una sintesi tra la visione del mondo che rappresenta e quella portata dalle studentesse. Il fatto che la scuola operi per sostituzione e non per dialettica è anche, per me, la ragione per la quale essa perde per strada coloro che ne avrebbero più bisogno. Ed è chiaro, in conclusione, che la questione del burqa non è poi così marginale. Potete sostituire il burqa con qualsiasi altro tratto della propria identità che non rientri nei canoni scolastici: l’effetto è lo stesso.

La conclusione, dunque

La mia posizione, per chi è saltato direttamente qui. Sono contrario al divieto, e non perché il burqa mi piaccia, ma perché vi è una contraddizione fin troppo evidente tra il ritenere che la scuola sia un luogo di emancipazione e lo stabilire che vi possa entrare solo chi ha raggiunto un certo livello di emancipazione. Il sospetto è che chi sostiene un tale divieto non concepisca in realtà, al di là della retorica, la scuola come luogo e laboratorio di emancipazione, bensì come recinto identitario. Una concezione della scuola che è, di fatto, la morte della scuola.

Footnotes

  1. Il burqa, usato in Afghanistan, è un unico capo d’abbigliamento che copre l’intero corpo; all’altezza dello sguardo c’è una griglia di tessuto ricamato, una sorta di retina o grata attraverso cui la donna vede senza essere vista. È il capo associato all’Afghanistan e alla tradizione pashtun, imposto in modo generalizzato dai talebani e in genere è di colore azzurro-celeste. Il niqab è un velo che copre il volto ma lascia scoperti gli occhi, una fascia di tessuto che passa sul viso all’altezza del naso e scende sotto il mento, di solito abbinata a un copricapo e a un abito lungo separati.


Antonio Vigilante

Antonio Vigilante

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